— Brandolino di Cocconato, mio fedele compagno, — proseguì Morello, — e Gianni da Montiglio, ambasciator di mio padre presso la Repubblica genovese. —
Qui, dopo i consueti inchini scambievoli, la comitiva prese la via del castello, preceduta da messer Corrado, che dava cortesemente la diritta a Morello di Monferrato.
Le lancie si fermarono in uno spazioso cortile, dove smontarono da cavallo, e da' famigli e palafrenieri di Torrespina furono condotti nei loro alloggiamenti, insieme coi fanti del cortèo.
Morello e gli altri gentiluomini, guidati da messere Corrado, salirono per una larga scala, lungo i gradini della quale era steso un magnifico tappeto di Balsòra, fino alla gran sala del castello.
Appena furono sul pianerottolo, Morello ebbe come un capogiro e sentì mancarsi il cuore; ma Rambaldo di Verrùa, che gli era venuto da fianco, fu sollecito a sostenerlo, senza che altri se ne addasse, e a susurrargli alcune parole misteriose. Le quali certamente ebbero possanza di rinfrancarlo, dappoichè il giovine signore ripigliò tosto la sua pronta andatura.
Entrarono per tal modo nella gran sala, e si offerse ai loro sguardi madonna Giovanna, la contessa di Torrespina.
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[CAPITOLO IX.]
Nel quale l'autore si prova a ritrarre la migliore tra tutte le donne.
Ella era adagiata su d'un seggiolone alla foggia romana, tutto incrostato a minuzzoli di avorio e metallo, secondo l'arte genovese e veneziana di quei tempi. Le stava vicina una tavola rotonda, sulla cui lastra marmorea era steso un drappo di tela di argento, e sul drappo uno scrigno gentilmente lavorato e sparso di gemme, con alcuni volumi legati in carte di cuoio cordovano ed ornati di bei fermagli d'argento dorato. La luce riflessa di due ampie finestre da ponente, rischiarava, senza offenderlo, il suo viso stupendamente bello e stupendamente bianco.