La contessa Giovanna era vestita con maestosa semplicità. Una gonna di candida lana di Provenza, aggiustata alla vita, scendeva con poche pieghe da una cintura di verde zendado mollemente rigirata sui fianchi. I capegli di un bel castagno scuro, uscivano vagamente crespati di sotto una sottil corona d'oro, ornata di smeraldi, andando a raccogliersi alla nuca dopo aver nascosto alcun poco il sommo degli orecchi. Le maniche della veste, soppanate di zendado dello stesso colore della cintura, pendevano aperte fin dal cominciamento dell'omero, lasciando trapelare un braccio mirabilmente tornito, attraverso il tessuto di una camicia di finissimo lino. Raro ornamento era questo per una dama di que' tempi, e [pg!94] quelle d'oltralpi, le celebrate Isotte e le Isabelle, che pur vestivano di sciamito e di broccato, forse non n'avevano mai udito parlare.
Ed era bella, così modestamente vestita; tanto più bella in quanto che i contorni severi del volto e delle membra, degni d'essere espressi nel marmo, a riscontro della Venere di Milo, spiccavano mirabilmente da quella semplice acconciatura e da quella foggia modesta. E quella sua bellezza maestosa, veduta a prima giunta, comandava il rispetto, anzi che ispirare il desiderio. Era in lei alcun che della Beatrice di Dante, dinanzi alla quale ammutoliva tremando ogni labbro, e gli occhi non ardivano pure di guardarla, imperocchè la era cosa venuta «di cielo in terra a miracol mostrare.»
La natura, creando Giovanna di Torrespina, aveva fatto una delle sue meraviglie, ahi troppo rare, se pure l'infrequenza non ha a reputarsi maggior ventura per gli uomini; e, creatala bellissima tra tutte, le aveva conferito un segno di particolar leggiadria, tingendole i grandi occhi di un verde che pareva smeraldo.
Questo regal colore è assai raro a trovarsi negli occhi, ma non è altrimenti fuori di natura. E questo va detto per taluni, i quali hanno notato d'inverosimiglianza un ritratto di donna, già fatto in qualche altro libro dall'autore di questo gramo racconto. Egli ha veduto di simili occhi, li ha amati (quand'era giovine, s'intende), e sa benissimo quel che dice. E molto prima di lui lo seppero i greci, che fecero Minerva glaucopide. Un latinista che sapeva il fatto suo, tradusse cæsios oculos habens, e un italiano che forse non aveva mai veduto occhi verdi, tradusse occhiazzurra. [pg!95] Ma egli non sarebbe caduto in errore se avesse letto il Calepino, dove dice che il cæsius «est color subviridis igneo quodam splendore intermicans» e non avrebbe mutato il verde in azzurro, se avesse ricordato quel che dice Cicerone nel suo libro intorno alla natura degli Dei: «cæsios oculos Minervæ cæruleos Neptuni».
Non avendo il povero scrittore altra ringhiera che questa per dire le sue ragioni contro i suoi avversarii, gli si condoni questa filologica tantafèra, la quale dimostra incontrastabilmente che gli occhi verdi erano conosciuti dagli antichi, e chi non ne ha veduti a' tempi nostri, suo danno.
Ora, gli occhi verdi della castellana di Torrespina erano del più bel verde marino che si potesse vedere, e sfolgoravano alla luce, come fa per lo appunto l'onda marina, quando la penetrano i primi raggi del sole. E la bella Giovanna, a cui lo specchio non aveva taciuto il pregio singolare delle sue grandi pupille, amava il verde sopra ogni altro colore; smeraldi erano le sue gemme predilette; verde zendado la cintura; il verde era maritato mai sempre al bianco delle sue vesti; e il verde dava risalto alla morbida bianchezza delle sue carni.
Torno a' miei greci con una breve digressione. Questi sacerdoti del buon gusto, questi felici interpreti della natura nelle sue forme più elette, ci hanno tramandato due tipi di bellezza femminea, la Venere de' Medici e la Venere di Milo. La prima di esse è giunta intera fino a noi, vo' dire con tutte le sue membra, epperò si mostra all'universale in tutta la leggiadria delle sue forme, in tutto lo splendore delle sue attrattive. La Venere di Milo è guasta; [pg!96] non ha più ciò che attira e trattiene; cionondimeno è stupenda a vedersi, e l'amore si mescola nell'ammirazione. Tutta la sua persona spira una divina maestà, ma i più dolci pensieri si destano alla sua vista; la si guarda riverenti, e frattanto un non so che ci bisbiglia nel cuore che l'essere amati da lei sarebbe la somma felicità. Che avverrebbe egli mai del riguardante, se a quella divina non mancassero le braccia? Nol so; ma so bene che ho contemplato la Venere de' Medici, ed ho adorato la Venere di Milo; che quella mi è piaciuta, e questa mi ha soggiogato.
La più bella delle Veneri stava seduta, leggendo uno di quei volumi dalle carte miniate che erano sulla tavola daccanto alla sua scranna intarsiata; ma come gli ospiti di Torrespina comparvero sul limitare, si alzò, e la sua svelta persona, cui aggiungevano dignità le severe pieghe della sua lunga e stretta veste di candida lana, apparve a Morello di Monferrato in tutta la sua regale maestà.
Il giovine s'inoltrò verso la gentildonna, che lo accolse con un inchino, ma con gli occhi bassi, senza averlo guardato nel volto. Egli, come le fu giunto vicino, curvò leggiadramente il ginocchio e le prese la bella mano, che era bianca e fredda come di donna morta.
Ma la vita fu pronta a mostrarsi, se non in quelle vene, in que' muscoli delicati, imperocchè la castellana, vedendo l'atto inusitato, fe' per ritrarre la mano. Morello la rattenne, e, baciandole il sommo delle dita, temprò l'atto con queste cortesi parole: