— Il famoso trovatore che si chiuse in un monistero, poichè la sua dama fu morta? — disse Rambaldo di Verrùa.

— Lo conoscete voi? — chiese la dama.

— Sì madonna, conosco i suoi mirabili scritti, ed ho goduto della sua amabile compagnia, l'anno scorso, all'abbazia di Citeaux.

— Un uomo di molta dottrina! — soggiunse ella.

— Sì certo, madonna, e pochi mesi prima che io andassi in Francia, si era appunto trattato di farlo abate; ma egli non volle a nissun patto saperne; il pover uomo è in uno stato veramente compassionevole; l'età non lo tormenta, ma l'adipe....

— Ah! che dite voi mai, messer Rambaldo! — esclamò il conte Corrado, ridendo. — Voi ora guastate con siffatti particolari il bel romanzo della sua vita.

— Intendo benissimo tutto ciò, — rispose il Verrùa; — ma non è colpa mia se la storia soverchia il romanzo. Io pure, andando all'abbazia e sapendo la vita di messere Arduino, immaginavo di trovare un povero frate macilento e scarno, una di quelle figure che fanno pensare a quelle lame irruginite le quali corrodono la guaina, e argomentate la mia meraviglia quando mi vidi dinanzi un frate rubizzo, co' bargiglioni sotto il mento, e costretto a sciogliere tratto tratto il cingolo della pazienza. Egli è là, il biondo Arduino di Biancavilla, pasciuto e tranquillo come un gaudente cavalier di Maria. Ora io non posso leggere [pg!99] una pagina dei suoi malinconici Pélerinages senza ricordare, a guisa di contrapposto, quell'altra di un suo libro, ancora inedito, ch'egli mi lesse, intitolato: «Des hauts faits de messire Jean Nitouche» che è tale da sbellicarsi dalle risa. —

Giovanna s'era grandemente rattristata all'udire quel racconto del trovatore.

— Voi mi dite cosa, messere, — soggiunse ella dopo una breve pausa, — che mi disavvezzerà dal leggere più oltre questi suoi Pélerinages!

— Ah, madonna! la vita è cosiffatta; i morti si piangono qualche volta, ma si dimenticano sempre. —