E così dicendo, Rambaldo di Verrùa, torse cortesemente lo sguardo da lei, per dare un'occhiata in giro ad Ansaldo di Leuca e agli altri amici del conte Ugo di Roccamàla. Arrossirono costoro, e turbati chinarono gli occhi sul pavimento.
Giovanna era rimasta sovra pensieri, e non badava al senso riposto della sentenza del trovatore. I suoi grandi occhi di smeraldo erravano, senza guardare, lunghesso le tappezzerie di cuoio dorato che decoravano la parete. — A che pensa ella ora? — chiedeva angosciato a sè stesso il giovane Morello. E la spina d'un rimorso lo pungeva nel cuore, e gli doleva amaramente che Ugo di Roccamàla avesse accettato il patto di Aporèma.
Per metter fine ad una conversazione che aveva così dato nel grave, giunse in buon punto la proposta di messer Corrado: i suoi ospiti, dopo una lunga cavalcata, aver mestieri di scuotere la polvere e di mutar panni; si riducessero dunque a' loro appartamenti, dove, come la povertà del castellano consentiva, avrebbero avuto ogni cosa ad essi bisognevole.
[pg!100] Egli stesso condusse Morello di Monferrato nella stanza a lui assegnata. Quivi il giovine signore, deposta la maglia d'acciaio, indossò una leggiadra saracina, specie di farsetto bene aggiustato alla vita, che era del suo prediletto color amaranto, con liste di tela d'argento. Indi, dopo una breve refezione, andò con la brigata a visitare in ogni sua parte il castello, e, intendente com'era di cose militari, ebbe a commendare di molto le difese naturali ed artificiali del luogo.
In questi discorrimenti venne l'ora del pranzo, che fu squisito daddovero e sontuoso pe' tempi d'allora. Io, per non parer digiuno, e perchè l'occasione di ragionare intorno a simiglianti materie non mi si potrebbe di frequente offerire, farò di dirne loro quel tanto che basti a conciliarmi la benevolenza dei dilettanti d'archeologia gastronomica.
Spazioso era il tinello, e potea fare un degno riscontro alla gran sala della corte. Il solaio era di grosse travi di quercia, disposte a cassettoni, leggiadramente intagliate; le pareti dipinte di grandi rose vermiglie sopra un fondo turchiniccio; le finestre alte e a sesto acuto, ma spartite, nel fondo della strombatura, da agili colonnette, sulle quali giravano due archetti a tutto sesto, e custodite dall'aria esterna con quadrelli di vetro colorato, insieme commessi e saldati da liste di piombo. Questa era gran novità per quei tempi, e segnatamente per quei luoghi dentro terra, dove era comune l'uso delle impannate bianche, e soltanto i più ricchi costumavano farle dipingere a fiori, rabeschi, animali favolosi, ed altre simiglianti capestrerie.
Sorgeva da una parete un gran camino di pietra [pg!101] rossa, sulla cui cappa ornata di sculture si ammirava lo stemma dei Torrespina, e nel cui focolare crepitava la stipa, rallegrando del suo calore le membra dei convenuti alle mensa. Per contro, rallegrava gli occhi, facendo bella mostra di sè dall'opposta parete, una credenza a scaglioni, coperta d'un ricco tappeto; la quale portava sui gradini più alti, vagamente ordinato, il vasellame, i taglieri, le idrie, ed altri arredi d'argento per bastare ai bisogni della tavola, e negli inferiori sorreggeva certi barlozzi e fiaschi, col ventre colmo dei preziosi topazii di Candia, di Cipro e di Metelino.
La mensa era nel mezzo, disposta a ferro di cavallo, ma coi posti da un lato solo, per modo che gli scalchi, i coppieri e i donzelli, potessero correre lungo il lato interno e servire i convitati. Una bianca tovaglia, i cui lembi scendevano fino a terra, correva lungo la mensa, nel mezzo della quale si vedevano a giusti intervalli candelabri e salsiere di pregevole lavoro, e sul margine esterno, a doppia distanza di quello che oggidì si costuma, i piccoli taglieri, o piatti di argento; presso ognuno dei quali sorgeva una coppa, e si notavano due coltelli e due cucchiai dello stesso metallo. Le forchette a que' tempi erano arnesi sconosciuti, e i due coltelli co' due cucchiai intorno ad un medesimo tondo, significavano che due persone usavano mangiare ad un solo tagliere. Anche una sola tazza bastava per due; cosa che di presente appare disdicevole, ma allora non era, ed anzi aveva il suo pregio. Oh buona usanza del tempo antico! E chi poi non ricorda con desiderio i lieti desinari del campo, fatti con cinque o sei cucchiai intorno ad una medesima scodella, che si chiamava [pg!102] la scodella dell'amicizia? E chi non amerebbe metter le labbra sugli orli di quel bicchiere che s'accostò alle labbra della donna amata?
Innanzi che il conte Corrado e i suoi convitati si mettessero a tavola, i donzelli andarono in giro con guastade e catini di argento cesellato, per dare acqua alle mani, acqua stillata con odori di rosa e di mammole. Sedutasi poscia la comitiva, Morello ad un tagliere con la gentil castellana e gli altri a coppie del pari, vennero le prime imbandigioni; semolino in brodo fortemente pepato; vitelli, capretti, cinghiali, salsiccie e carni salate. Tutte queste vivande erano recate in grosse pile su vasti piatti d'argento. Lo scalco, ad ogni portata, traeva un lungo coltello dalla sua guaina di metallo, e trinciava la vivanda con quella pronta sicurezza che è data dal lungo uso; quindi i più eletti spicchi erano posti sui taglieri, dove, la mercè di una stiacciata di pane che stava tra la carne e il metallo, erano agevolmente fatti a minuzzoli.
Un gastronomo de' tempi nostri farebbe le boccacce alle salse, ai guazzetti, ai condimenti, onde erano accompagnate le vivande d'allora. Ma i gastronomi di quei tempi le farebbero del pari, se tornassero in vita, ai condimenti, ai guazzetti e alle salse odierne. Io dunque non mi curo dei gusti mutati, e racconto che le prime mense del pranzo dei Torrespina erano di carni lesse ed arrostite, parte inorpellate con torte e galantine, altre rotte in salse, nelle quali entravano alla mescolata il pepe, il garofano, la cannella, la noce moscata, il cubebbe e lo zenzero. Si notavano inoltre certi pasticci di pollo in salsa bianca, la quale era composta di zucchero, mandorle e capperi, [pg!103] battuti insieme con albume d'uovo. Una cosa che anco i buongustai nel tempo nostro avrebbero mandato giù senza controversia, era il vino; ma di questo s'è già detto più sopra.