Così finite le prime mense, si sparecchiò; i donzelli vennero da capo con le guastade e i catini, per dar l'acqua odorosa alle mani; quindi si venne alle seconde mense, che erano giuncate, formaggi, datteri di Catalogna, mandorle di Liguria, uva passa e fichi secchi di Grecia, miele, confetti, zuccherini di ogni sorta, ippocrasso ed altri vini aromatici.

Giovanna di Torrespina assaggiò a mala pena delle vivande che le erano imbandite e che Morello, da cortese servente, le andava sminuzzolando sul tagliere. La sua mente era altrove; egli tal fiata era costretto a ripeterle una frase, poiché ella la udiva senza ascoltarlo, e la cortesia comandava di chiedergli che cosa avesse egli detto.

Per tal guisa, a malgrado del tagliere e della coppa comune, il pranzo durò troppo a lungo per Morello di Monferrato. Come fu notte ed egli si trovò solo nelle sue stanze con Rambaldo di Verrùa, così volse la parola al compagno:

— Or bene, Aporèma, tu il vedi; costei non dimentica.

— Ah sì, non lo nego; — rispose lo spirito del dubbio. — Ella è addolorata, e tanto più fortemente, in quanto che dura un orribil supplizio per nascondere il suo dolore a messer Corrado; e tuttavia....

— Tuttavia, che cosa?

— Tuttavia, dà tempo al tempo, e vedrai!

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[CAPITOLO X.]

Dello elogio funebre che fece Ansaldo di Leuca ad un amico diletto.