Venti giorni erano passati dopo l'arrivo di Morello a Torrespina, ed egli ancora non s'era disposto alla partenza.
Gianni da Montiglio e Brandalino di Cocconato erano andati ambasciatori alla repubblica genovese ed avevano ottenuto tre galere per condurre allo imperatore Andronico la sua novella sposa, Jolanda di Monferrato. Il naviglio doveva essere allestito per il febbraio dell'anno vegnente, cioè due mesi dopo; e Genova, per usar cortesia a così nobili famiglie, non pure ricusava ogni mercede, ma prometteva di mandare, insieme con la leggiadra Jolanda, una orrevole ambasceria ad Andronico, per congratularsi seco lui delle felicissime nozze.
Questo avevano riferito i due gentiluomini monferrini tornando a Torrespina, e Morello li aveva rimandati, con tutti i cavalieri ed uomini d'arme del suo cortèo, non ritenendo altri con sè che Rambaldo di Verrùa.
Messer Corrado era felice di poter trattenere in sua casa, la mercè di una dolce violenza, un ospite cotanto ragguardevole. Nobilissimo era il sangue e sterminata la possanza dei signori di Monferrato; già fin da Rainerio, fratello al trisavo di Morello, essi erano imparentati cogli imperatori bisantini (Rainerio [pg!105] aveva impalmata Chiromaria, sorella di Emanuele Commeno) e possedevano in Oriente il reame di Tessalonica. Il padre poi di Morello, era quel Guglielmo VII detto il grande, che fe' costar cara a Carlo d'Angiò la sua dimora in Italia, e di Beatrice, figliuola ad Alfonso re di Castiglia.
Argomentate se non dovesse esser lieto, e se non dovessero parergli lievi le splendidezze che s'era dato a fare, per rendere più gradevole all'ospite suo la dimora di Torrespina. Egli aveva cavato fuori dalle pergamene domestiche un matrimonio di Guglielmo VI di Monferrato con Berta di Clavesana, del cui sangue era eziandio sua madre, e cotesto gli dava il diritto di chiamare il giovane Morello col nome di cugino. Di sovente si compiaceva a notare come il parente suo fosse cortese a voler dimenticare, per quella malinconica bicocca delle Langhe, gli splendidi ozii di Acqui e d'Ivrea, le cacce, i tornei, le dame ed ogni altro più gradito sollazzo della corte paterna. Di questo, ch'egli soleva chiamare sacrifizio superiore all'età, messer Corrado s'industriava a compensare il cugino, ordinando nuovi passatempi, i quali avevano mai sempre, a loro principale ornamento, le grazie della contessa Giovanna.
Ed ella? Cortese ognora con tutti; ma il suo pensiero era altrove. Chi non l'avesse conosciuta dapprima forse non se ne sarebbe avveduto; ma allo sguardo esercitato di Morello non poteva per fermo sfuggire che tutta quella serenità esteriore, quella gentilezza di atti e di parole, erano l'opera di uno sforzo continuo. Bianca e fredda come una statua, ella si mostrava dovunque a messer Corrado piacesse, ed appariva facilmente regina; ma in quella che gli [pg!106] altri invitava a godere, ella non pigliava diletto di nulla.
Morello, dal canto suo, non s'inoltrava a proferirle amore; chè non gli dava l'animo, o, per dire più veramente, aveva paura di sè medesimo. Il re Mida, quando gli fu concesso da Bacco il triste privilegio di trasmutare in oro tutto ciò che toccasse, non ebbe certo maggior ritegno ad accostarsi alla bocca il tozzo di pane che doveva sfamarlo, di quello che il giovine Morello a dimostrare l'affetto suo alla donna adorata. Ei non ardiva scendere nella propria coscienza e confessarlo a sè stesso, ma aveva paura. E se ella un giorno venisse ad amarmi! Questo pensiero, a mala pena formato nella mente, faceva rabbrividire lo spirito d'Ugo: e intanto il giovine Morello amava Giovanna con tutte le forze dell'anima, ardeva dal desiderio di palesarlo a lei, e si struggeva ch'ella non lo avesse inteso. Triste stato dell'anima sua! triste dono di Aporèma!
Ma ciò che egli non sapeva indursi a fare, ardiva in quella sua vece Ansaldo di Leuca. Il primo e il più caro degli amici dell'estinto Ugo di Roccamàla, era sempre vicino a lei, le diceva ad ogni tratto le più leggiadre cose, arrossiva quando ella gli volgea la parola, si atteggiava a mestizia quando ella era altrove, parlava poco o nulla con Morello e voleva farlo scorgere, e s'imbronciava a dirittura quando la castellana, per il maggior conto in cui era tenuto il figlio del marchese di Monferrato, era costretta, a mensa, nella conversazione, o nelle gite fuori del castello, a intrattenersi in particolar modo con lui.
Ora, come avveniva egli che madonna gli concedesse di potere assumere quell'aria di amante geloso? [pg!107] Gli è presto detto; madonna non s'era addata di alcuna novità. Ansaldo, agli occhi suoi, non appariva diverso dagli altri cavalieri, che erano, o che venivano a Torrespina, e lo pregiava del pari. Ma ciò metteva conto ad Ansaldo. Egli era uno di quegli sciocchi (e ce ne son tanti in questa valle di lagrime e di furfanterie!) i quali si contentano a non esser nulla presso una donna, pur di sembrare all'universale i prescelti e di riuscire molesti a taluno che l'ami.
Ella, dico, non s'era addata di questi maneggi, imperocchè la sua mente era altrove. Spesso le avveniva di rimanere lunga pezza, segnatamente nell'ora del tramonto, a contemplare il sole che si nascondeva dietro i monti vicini, o a guardare attentamente dal suo verone verso la strada che, costeggiando i pioppi del fiume, facea capo al ponte di Torrespina, in atto di persona che aspetti qualcuno. Il sole tramontava, e madonna era ancora al suo posto, nel medesimo atteggiamento di prima. Che contemplava ella? Chi aspettava? Nulla e nessuno; la sua anima era come la ròcca adamantina delle Mille ed una notte, dove non erano porte, e dove nessuno avea modo di penetrare, se il castellano non gli svelava il segreto.