Morello, a cui era dato di scorgere molto agevolmente cotesto, la mercè di quella maggiore penetrazione, e direi quasi seconda vista che conferisce l'amore, poteva essere al tutto raffidato intorno ai pericoli d'una rivalità simigliante. Ma d'altra parte pensando ai diportamenti di Ansaldo, non poteva far sì che non gli cuocesse aspramente di costui, il quale aveva aspettato la morte dell'amico per farsi innanzi, [pg!108] caldo ancora il cadavere, ad amoreggiare la donna sua. Qui, senza parlare della malaccortezza, che era pur grande, si notava il dispregio d'ogni gentil sentimento, ed una ingratitudine senza pari.

Ansaldo di Leuca non era interamente ospite dei Torrespina. Egli, secondogenito dei Leuca, viveva presso la corte paterna; ma da gran pezza amico e commensale di Ugo, aveva posto quasi continua dimora a Roccamàla e seguitava a rimanervi dopo la morte del giovine conte, in nome del quale mastro Benedicite gli dava ospitalità, sebbene a malincorpo, e sospirando il giorno che gli venisse in mente di andarsene con Dio.

— Sono costoro, — borbottava sempre tra' denti il vecchio strozziere, — sono costoro la cagione della felicità di messer lo Conte, e n'abbiam visto il bel frutto! —

Ed ecco per che modo Ansaldo di Leuca, rimanendo a Roccamàla, come se nulla fosse mutato colà, poteva essere di frequente a Torrespina e fare omaggio alla leggiadra contessa, come se Ugo di Roccamàla foss'egli, ed altro non facesse che proseguire la consuetudine antica.

Nobile Ansaldo! Così egli intendeva l'amicizia! Vivo Ugo, e' gli era sempre ai panni, geloso dell'affetto suo come una donna innamorata, sempre disposto a secondarlo in ogni sua pensata e superbo che ognuno credesse e dicesse non poter Ugo muover passo che Ansaldo non movesse del pari. Oreste era morto, e Pilade lo aveva dimenticato; ospite in casa sua, tradiva la sua memoria e tentava di occupare il suo posto in quell'unico cuore che doveva essere sacro per lui.

[pg!109] Intanto le settimane erano scorse, e dell'estinto non s'era mai fatto cenno alla corte di Torrespina. Morello avrebbe voluto entrare a parlarne, facendo accortamente cadere il discorso sulle castella del vicinato; ma non gli era mai venuto il destro di mettere l'addentellato alla conversazione, e, quando era per ragionarne ex abrupto, quello stesso timore che sentiva di profferire un detto d'amore alla contegnosa gentildonna, gli ricacciava in gola le frasi.

Ma l'occasione, che egli non ardiva far nascere, venne un bel giorno incontro a lui. Una mattina che tutti gli ospiti di messer Corrado erano raccolti nella gran sala, intorno a madonna Giovanna, intesi a discorrere di que' cento nonnulla che formano la trama dei conversari d'una nobile brigata, si venne a dir della neve che era caduta in gran copia nella notte e imbiancava tutto intorno i colli e le montagne.

— Buon per voi, messere Ansaldo! — esclamò il conte Corrado, che era andato a contemplare quello spettacolo della campagna biancheggiante attraverso le invetriate d'una finestra. — Buon per voi, che siete rimasto iersera a Torrespina!

— Perchè mi dite voi questo, messere?

— Perchè la neve vi avrebbe oggi impedito di essere con noi. Vedete come è nevicato forte dalla parte di Roccamàla!