Morello non lo ascoltava già più, e continuava tra i singhiozzi a sfogare la piena delle sue amarezze.

— Povero Ugo di Roccamàla! povero stolto! Ecco, tu se' morto appena da un mese, e gli è già come se l'eternità fosse passata sul tuo sepolcro. Gli amici tuoi.... ve' come pensano a te! La morte d'un falco randione, o d'un can da giugnere, avrebbe lasciato più ricordanza in quelle anime sciocche e malvagie. E quello sciagurato che tu amasti sopra tutti gli altri, tranquillo, sorridente, superbo, desidera la donna tua, intende senza rimorso a succederti, coglie il momento che si ricorda il tuo nome, per dirle forse: [pg!113] vi amo! Va, traditore! va, Giuda! Alla croce di Dio, ho a bere il tuo sangue! —

Rambaldo sorrise a queste parole di Morello, e gli chiese:

— Sei tu guarito dell'amicizia?

— Sì.

— Guarirai dell'amore.

— Taci, taci! esso mi ucciderà. —

Il giorno appresso, madonna Giovanna, come vide Morello, fu pronta a chiedergli se avesse sofferto, e perchè. La bellissima donna parve molto sollecita della salute del suo ospite, e curante della persona di lui. Ma cotesto, che dovea far lieto Morello, gli riuscì per un altro verso doglioso.

A quelli atti della castellana, il viso di Ansaldo si rabbuiò. Tutto quel giorno stette imbronciato; a mensa fu di pessimo umore. Ed ella intanto, più cortese che mai con Morello, non diede pure uno sguardo alle furie d'Ansaldo.

S'era ella finalmente avveduta dell'amor di costui? Le aveva egli detto parola che non le consentisse d'ignorare più oltre? E, ciò sapendo, le si era forse appalesato, in tutta la orridezza sua, l'animo ingrato del secondogenito di Leuca? Queste erano le domande che Morello andava rivolgendo tra sè, mentre ella si dava tanta cura di lui, e mentre il volto di Ansaldo si rannuvolava sempre più.