Alle seconde mense, e in quell'ora che i più lieti ragionari si alternavano con le tazze ricolme di vini aromatici, volle fortuna che si riparlasse di Roccamàla.

— È egli vero, — disse messer Corrado, volgendo il discorso ad Ansaldo di Leuca, — è egli vero ciò [pg!114] che mi fu riferito stamane, che lo strozziere di Roccamàla....

— Sì, — rispose quegli; — mastro Benedicite si è fitto in capo che il castello, i campi, i boschi ed ogni diritto di dominio su quella vasta contèa, gli appartengano.

— Ma non si tratta di un testamento?...

— Per l'appunto, e' dice di aver trovato in fondo ad uno stipo, nella camera del suo signore, una pergamena con la quale il conte Ugo lo chiama suo erede nel possesso della contèa e ne raccomanda l'investitura. Però lascio argomentare a voi, messer Corrado, com'egli sia salito in superbia, e come già si vada pigliando una satolla di padronanza feudale.

— Egli dunque, — disse Corrado, — aveva il presentimento di una morte vicina, il nostro povero amico?

— O non morì egli, — disse uno dei convitati, — per veleno che gli avea dato a bere un pellegrino misterioso?

— Che! di simiglianti storielle ne corsero molte nel volgo, e molto giovò a propagarle la stoltezza del vecchio Benedicite, il quale vedeva diavolerie dappertutto. Il pellegrino era un povero giullare, tocco nel nomine patris, che non avrebbe fatto male ad una mosca, e che se ne andò la mattina con Dio. Ugo di Roccamàla era chiuso nella sua stanza, disteso nel suo letto, dove non lo aveva certamente ucciso il veleno.

— E che cosa, dunque? — dimandò sogghignando Rambaldo di Verrùa.

— Chiedetene ad Enrico Corradengo qui presente, il quale era stato quel giorno commensale del povero [pg!115] Ugo, e potrà dirvi quante volte la coppa d'oro fosse andata in giro, colma di ippocrasso....