— Grazie, messer Corrado! — soggiunse allora Morello. — Io debbo ora chiedere perdonanza a madonna dello aver qui troppo facilmente ascoltata la mia collera. Come voi mi avete pur ricordato, qualche goccia di sangue dei Roccamàla scorre nelle mie vene.... E voi, messere Ansaldo, sappiate che mi sarà compagno alla quercia di Marenda il mio leale amico e pro' cavaliere Rambaldo di Verrùa. Amici non mancheranno a voi per sostenere le vostre ragioni, e come testè mi avete nomato taluno che saprebbe far testimonianza della sconcia morte di un Roccamàla, voi potrete condurlo domattina con voi.
— E' ci sarà, astori del Monferrato! — esclamò il Corradengo, tocco sul vivo.
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[CAPITOLO XI.]
Qui si conta di un cavaliere che ebbe il premio innanzi alla giostra.
Dirvi come si rimanesse Giovanna di Torrespina a que' concitati discorsi, mi sarebbe troppo malagevole ufficio. Una penna così mal destra, come la mia, non verrebbe certamente a capo di ritrarvi quella delicatezza di pensieri e di sentimenti onde fu agitato l'animo della leggiadra castellana, fino al momento che ella, inavvertita quasi, si ritrasse dalla sala del banchetto, accompagnata dalle sue damigelle.
Pochi istanti dopo la sua dipartita, si fece innanzi un paggio, per dire a messer Corrado e agli ospiti suoi, come madonna Giovanna, sentendosi alquanto stanca, si fosse ridotta nel suo appartamento; l'avessero per iscusata, se quella sera non sarebbe venuta a godere di così gentil compagnia.
Intesero tutti la scusa, e Ansaldo di Leuca ed Enrico Corradengo furono i primi ad uscire dalla sala, togliendo anzi commiato da Torrespina pel giorno vegnente.
Strana condizione di quattro cavalieri, i quali avevano stanza nel medesimo castello, ospiti di un medesimo signore, e che dovevano la mattina appresso uscire dalla medesima porta per combattere ad oltranza gli uni cogli altri!
Ma in que' tempi non si badava più che tanto a simili cose, chè le consuetudini sociali non avevano [pg!118] ancora, come di presente, tante sottigliezze e lisciature, e come le parole erano pronte alle labbra, così le mani erano pronte alle spade, e il sangue si spandeva allegramente per cose da nulla. Le dame assistevano di lieto animo alle tenzoni, e in loro onore solea farsi l'ultimo colpo e il più pericoloso d'ogni torneo, che dicevasi «correr la lancia delle dame.»