— Nulla, in fede mia! Gli è naturale che una gentildonna non possa reggere ad una giostra di parole minacciose, come quella che tu hai regalato a così nobile udienza.
— Potevo io operare diverso? Dovevo io contenermi?
— No, per.... l'anima mia! Amo la pugna, io; sebbene, mentre tu, già salito in arcioni, mediti i fendenti, i manrovesci e le stoccate, io, più modesto, vagheggio gli sberleffi e le piattonate sulle spalle di quel tristanzuolo del Corradengo. Ah! ah! Egli ci ha chiamati astori del Monferrato, come se credesse di dirci villania. Li vedrà lui, gli astori del Monferrato, questo barbagianni delle Langhe! — E Rambaldo di Verrùa, sostenendo coscienziosamente la parte del personaggio che rappresentava, proseguì allegramente di questa conformità, fino a tanto che giunsero al loro appartamento e, congedati i donzelli, ognuno di essi si chiuse nella sua camera.
Esacerbato ancora dalle parole del suo avversario, e con l'animo travolto in una grande tempesta di feroci pensieri, Morello non fece altro che slacciar la cintura e deporre il pugnale: indi si diede a passeggiar concitato per la stanza. Ma egli non aveva ancor rifatto cinque volte il suo breve cammino, che [pg!121] un lieve picchiar di nocche sull'uscio di quercia venne a distoglierlo dalla sua occupazione.
Egli andò all'uscio, lo aperse, e gli comparve dinanzi un grazioso paggetto, il quale con aria misteriosa gli susurrò queste parole:
— Cavaliere, una gentil damigella di Torrespina che ha in gran pregio il vostro valore, vi prega a muovervi per amor suo e lasciarvi guidare da me, fin dove ella m'ha comandato che io vi conduca. —
Quella misteriosa imbasciata fe' strabiliare Morello.
Siffatte avventure, a dir vero, non erano strane nè rare a quei tempi, in cui il bel sesso, con assai più voce in capitolo, aveva eziandio più arditezza di spirito e più prontezza di partiti, che non di presente; ma per intender quella, bisognava a Morello avere almeno dato uno sguardo alle damigelle di Torrespina, imperocchè non gli pareva naturale che, senza pure aver fatto omaggio degli occhi alla loro leggiadria, dovesse venirgli un invito di quella fatta. Ora questo sguardo fuggevole non si ricordava egli aver dato, nè questo tacito omaggio aver fatto a Peretta di Montezemolo, o ad Agnese de' Ferreri, che così si chiamavano le damigelle di Torrespina.
In questi pensieri, Morello era già per rispondere al paggio com'egli non potesse tenere lo invito. Ma la gentilezza cavalleresca, non lasciandogli trovare una scusa dicevole al rifiuto, gli porse un migliore consiglio, e senza risponder verbo, si fece a seguitare l'adolescente, che per un gran giro di sale lo condusse dalla parte opposta del castello, fino agli appartamenti delle donne.
Il cuore gli batteva forte allo entrare nella camera [pg!122] dove il paggio gli disse di fermarsi e di attendere; ma ben più forte ebbe ad essere la sua commozione, allorquando, invece di Peretta o di Agnese, e' vide venirgli incontro quella che il cuor suo desiderava, ma che mai avrebbe ardito sperare, la stessa Giovanna, la divina Giovanna.