Furibondo, il Corradengo fe' per alzarsi, ma la spada di Rambaldo fu più pronta di lui e gli piovve addosso una tempesta di colpi. Il povero gigante ricadde, sotto quella rovina, per non sollevarsi più, e per la rotta gorgiera, per le spezzate piastre che custodivano l'omero, spicciarono rivi di sangue.
Pigliatasi quella satolla, Rambaldo si fermò, e al cenno ch'ei fece di averne abbastanza, accorsero i donzelli del Corradengo, per trarre il loro semivivo padrone fuori del campo.
— Che ne dite voi, messere Ansaldo di Leuca? Vi par egli che fosse tanto l'ippocrasto cioncato da Ugo di Roccamàla, quant'è il sangue spillato dalla botte del vostro compare bugiardo?
— Non cantate così presto vittoria! — gridò Ansaldo di Leuca. — I valorosi possono cadere, ed essere vendicati eziandio! A voi, Morello di Monferrato, e fate buona custodia delle vostre membra leggiadre! —
Così disse, e, rotando la mazza sopra l'elmetto, spinse il cavallo a carriera. L'animoso Morello non volle dal canto suo rimanersi ad attenderlo e galoppò del pari verso di lui, andando a ricevere sullo [pg!133] scudo la prima mazzata di Ansaldo. Qui spesseggiarono i colpi, come le martellate dei favolosi Ciclopi nelle fucine dell'Etna, facendo balzar scintille dalle armature percosse.
— Bene! — gridava Rambaldo dall'alto del ciglione, dov'era andato a piantarsi, come un mastro di combattimento; — questo è un colpo che val quanto pesa; e non badate al bisticcio, che è di sovra mercato. Ah, benissimo quest'altro! Morello, amico mio, tu me lo conci pel dì delle feste, il leggiadro garzone! Ohè, bada a' fatti tuoi! Gitta lo scudo, che ormai non serve che ad impacciarti. Ottimamente! Ve' ve' quest'altra mazzata! Fischia la palla e va a battere l'elmetto. Addio, roba mia! L'ha tocco: habet, habet! direbbe mastro Benedicite, che sa di latino. Compare Ansaldo, come vi sentite voi ora? —
Il compare Ansaldo, pesto e sanguinante per tutte le membra, sbalordito dall'ultimo colpo di Morello, che gli avea rotto sul viso la ventaglia dell'elmetto, andava riverso sulla groppa del suo destriero, e, brancicando l'aria con le mani irrigidite, cadeva sul terreno, dove Morello di Monferrato, balzando da cavallo, gli fu subitamente col ginocchio sul petto.
— Ansaldo di Leuca, mi conosci tu? — disse egli con voce bassa ma concitata, in quella che, alzata la visiera, metteva i suoi occhi contro gli occhi del caduto.
Ansaldo lo guardò, e mise un grido di orrore. Egli aveva conosciuto sotto quella visiera la pallida figura di Ugo di Roccamàla.
— Ansaldo di Leuca, — prosegui Morello, col medesimo accento di prima, — chiedi perdonanza delle tue scellerate menzogne!