[pg!134] — No! no! — urlò Ansaldo di Leuca; e, tratto il pugnale, cercava di piantarlo nel fianco del suo nemico.

— No? no? e tenti ancora di ferirmi? aspetta a me, e va in tua malora! —

Alle parole di Morello andarono gli atti compagni. Cavato egli pure il pugnale che gli pendeva dal fianco, lo immerse tre volte nella gola dello sleale cavaliero. Gli occhi si ottenebrarono ad Ansaldo; tentò parlare, e gli sgorgò dalle labbra un fiotto di sangue; volle alzare la fronte, ma tosto ricadde, coi denti stretti e gli occhi sbarrati; era morto.

— Ora, a noi! disse Rambaldo, saltando nel campo, e prendendo pel braccio l'amico. — Il furfante t'aveva ammaccato per bene, ma tu hai picchiato più forte di lui, e me ne congratulo teco, tanto più schiettamente in quanto che Aporèma è rimasto affatto neutrale. Su, in arcioni, adesso, e ognuno seppellisca i suoi morti! —

[pg!135]

[CAPITOLO XIII.]

Dove si stilla in dieci pagine ciò che potrebbe stemperarsi in cento.

Ho letto, non so più in qual libro, di un filosofo che sudò di molte camicie a cercare se il tempo fosse un gran veneno, come l'ha dichiarato il Petrarca, o un gran rimedio, siccome è dimostrato da tanti e tanti casi della vita. Inutile studio, a parer mio! Spesso i veleni più possenti riescono farmachi, e i farmachi più blandi riescon veleni. La scienza vi discorre e vi spiega queste apparenti contraddizioni della natura; e a me l'esperienza, questa durissima scienza della vita, ha insegnato che il tempo, rimedio e veleno, non rammargina le antiche piaghe se non per aprirne di nuove, che la immagine di un alto dolore scorre impunemente su quelle fibre che nel tempo antico avea fatte frizzare, e un lieve rammarico, fresco di quel dì, fa metter grida e guaiti più forti che non ne mettesse Prometeo sulla rupe, ai colpi di rostro del vorace avoltoio.

Ahi, Ugo di Roccamàla! ahi, povero martire d'un dubbio! Tu volevi sapere, e non ti peritasti di mettere la posta più grossa nel tuo esperimento doloroso. Ora ecco che noi, senza fatica, senza stregonerie, riusciamo a saperne altrettanto; poniamo a sindacato gli affetti del cuore, tiriamo giù la sua brava equazione, troviamo la formola che li crea e quella che li distrugge. La vita, per tal modo considerata, ci si [pg!136] dimostra una cosa assai più da ridere che da piangere, e da non francar sempre la spesa d'esser vissuta.

Ma lasciamo l'algebra del cuore in disparte. Perchè parlavamo noi del tempo? Volevamo chiedergli cinque anni, da farli trascorrere in un batter d'ali, per comodo del nostro racconto. Ed ecco, i cinque anni sono passati, mie belle lettrici, e quel che più monta, senza mescolare un filo d'argento nei vostri capegli, senza scavarvi una ruga traditora alle tempie. Se così fosse mai sempre, se gli anni passassero, senza avvizzirci sulle guance il fiore della gioventù, senza raffreddarci a gradi a gradi il lago del cuore, chi non amerebbe invecchiare, poichè lo andare innanzi negli anni non è altro che vivere? Ma ohimè, il tempo passa e, non pure ogni anno, ogni giorno ci ruba qualcosa; il miracolo di far volare il tempo senza danno d'alcuno, non ve lo fa che un romanziero, e pur troppo gli è un miracolo per celia!