Basta, sono trascorsi cinque anni dalla morte di Ansaldo di Leuca. Il savio lettore ha già capito che Morello ha tolto commiato quel dì medesimo dalla corte di Torrespina. Non si sta accanto ad una donna con le mani tinte del sangue di chi pure l'amò. Il combattimento era leale, necessario; la vostra vittoria desiderata; ma guai a rimanere dopo quel combattimento e dopo quella vittoria!

Tutto ciò aveva inteso Morello, anche prima di sentirselo a dire dal suo fedel consigliero. Inoltre, che cosa poteva egli sperare di ottenere eziandio? Quella donna aveva fatto per lui tutto ciò che le era concesso dal suo stato d'allora. Egli portava sul petto una sciarpa di verde zendado, testimonio, se non d'amore, [pg!137] di benevolenza singolare, e scolpite nel cuore queste gravi parole: «se uomo al mondo potessi amar tuttavia, voi sareste quel desso.» Chieder di più in quel momento, fermarsi a mendicare un quotidiano sorriso, sarebbe stato un cadere in quella mediocrità, che può parer d'oro a molti, ma che non ha uscita, nè speranza di fortuna migliore. Savio consiglio il partire; un amore che vicino spaventa, o infastidisce, lontano si vagheggia senza timore, cresce quasi inavvertito e soggioga.

In tal guisa e con tali propositi, Morello si partì da Torrespina, nè per cinque anni più vide quei luoghi. Dormì egli cinque anni in una notte, o gli passarono dinanzi agli occhi rapidi come un baleno? Questo ed altro potea fare Aporèma.

Comunque ciò fosse, la storia dice che Morello di Monferrato fu alla corte paterna; quindi, per la via di Lamagna, fino a Tessalonica, reame di sua famiglia, e di là navigò a Costantinopoli e corse molta terra d'Asia, dappertutto celebrando la bellezza sovrumana della figliuola del Lionello del Cengio, e rompendo in onor suo molte lance contro francesi e saracini.

E Giovanna, nella solitudine del suo maniero, udiva di frequente il nome di Morello. Talfiata gli era un povero monaco, che se ne tornava pedestre dal sepolcro di Cristo, e le recava novelle del prode e memore cavaliero, insieme con un pezzettino del santo legno; tal altra un gaio menestrello, che le ripeteva d'udita i versi, divenuti famosi, del giovine innamorato.

Ma che sapeva egli del cuore di lei? Aporèma gli aveva chiesto di dar tempo al tempo, ed egli assaporava la triste voluttà di un mutamento, lontano [pg!138] o vicino, ma certo; spiava ansioso e tremante il giorno che la memoria di Ugo di Roccamàla fosse tradita nel cuor di Giovanna.

E già forse non era? Che cosa avea ottenuto Ugo in suo vivente, da lei? Ciò che ebbe a dire più tardi un altro martire del dubbio: parole, parole, parole! Morello potea dunque, e ragionevolmente, argomentare di esser giunto ad uguale ventura, e il suo sperimento avrebbe potuto credersi finito, se un nuovo dubbio non fosse nato nell'anima sua.

— Amerà me finalmente.... Aporèma lo giura. Ma, se pure ciò avvenga, che vorrà dire? potrò io farne colpa a lei e crederla dimentica dell'amato estinto? Se lo spirito che muove queste membra è quel desso di prima, non potrà dirsi che ella, amando Morello, obbedisca all'arcana possanza dello spirito di Ugo?...

E qui nuove incertezze, ed una tenerezza ineffabile per quella donna. E con questo pensiero, vagheggiato nella mente senza farne motto al compagno, un cavaliero, male in arnese e stanco in apparenza come chi abbia fornito assai lungo cammino, saliva l'erta di Roccamàla, una mattina di novembre, sei anni dopo la morte di Ugo, andando a chiedere ospitalità al nuovo signore del castello.

Ora il nuovo signore del castello non era altri che quel burlesco personaggio, già noto ai lettori, di mastro Benedicite, il vecchio strozziere.