Com'egli di vassallo fosse giunto a quell'alto stato s'è detto, e son note le grasse risa che ne erano state fatte a Torrespina. Ma ben più avrebbe riso la corte di messere Corrado, se avesse saputo in qual modo l'antico falconiere di Ugo rispondesse al nobile [pg!139] ufficio di successore. A me, per dipingervi a modo questo ridevole castellano, bisognerebbe la penna e il buon umore di Rabelais; ma poi ch'io non l'abbo (direbbe Dante) mi ridurrò al più modesto ufficio di raccontarvi come il nuovo signore passasse i suoi giorni feudali.
Anzitutto ei dormiva, oh! dormiva come un ghiro, e non c'era verso che il ponte di Roccamàla si calasse prima delle undici del mattino, ora in cui l'ottimo gaudente si alzava dal suo letto comitale. Chiunque avesse bisogno di entrare, era cortesemente pregato di attendere, foss'anco stato Carlomagno redivivo. Que' che volevano uscire innanzi l'ora ci avevano la scappatoia delle scale di corda; ma qui bisognava farla netta; se no, guai al trasgressore della comune disciplina; il castellano non lasciava correre lo scherzo!
I negozi del castello andavano innanzi, come al tempo di Ugo il felice, con questo solo divario che i parassiti dell'estinto signore erano stati con bel garbo messi fuori e che lo stesso Fiordaliso, il quale era di nobil sangue, non volendo stare ai servigi di un villan rifatto, se n'era andato, sua sponte, da Roccamàla, per cercarsi ventura altrove.
— Buon viaggio! — aveva detto Benedicite. — I in malam crucem! — aveva soggiunto tra' denti.
Ma se il paggio era andato, il castellano non era altrimenti rimasto senza un fedele compagno. Un certo fra Gualdo, buon bernardone del monistero vicino (ho detto fin dal principio di questo racconto che cosa fossero i bernardoni e perchè chiamati in tal guisa), faceva compagnia quotidiana a messer lo conte. E se il castello non risuonava più degli accordi del liuto e delle gaie canzoni del biondo Fiordaliso, [pg!140] echeggiava per contro delle nasali salmodie del cirsterciense e del suo protettore, arcades ambo, e così bene pasciuti, che l'uno pareva sant'Antonio, e l'altro.... quel suo collega che sapete.
Il conte Benedicite s'incamminava di buon passo sulla via della santità. Egli e fra Gualdo recitavano ogni giorno insieme il breviario, e tra un salmo e l'altro, tra un'antifona ed un oremus, solevano bagnarsi l'ugola, per rinfrescare la voce. Cominciavano a centellare, a sorseggiare quel famoso vin di Cipro, che l'uguale (giusta la nota frase di Benedicite) non si beveva alla mensa del serenissimo doge di Venezia; poi tracannavano addirittura le ciòtole; e finivano ogni sera col disfidarsi a chi bevesse meglio a garganella, senza imbrodolarsi la giubba.
Per tal modo non riusciva strano che ogni notte fossero in cimberli, e il più delle volte i famigli fossero costretti a raccappezzarli sotto la tavola, per levarli di peso e portarli a dormire.
Il conte Benedicite! Notate rotondità di nome! Ma al castellano non gli andava ai versi. Diventato padrone, egli s'era affrettato a ribattezzarsi col suo antico nome di Anacleto, comandando, sotto pena di andare a marcire nei sotterranei della rocca, che nessuno fosse tanto ardito da dimenticarselo.
Ma le furon novelle. A nessuno veniva fatto di chiamarlo conte Anacleto; e qualche esempio da lui dato a' trasgressori fece sì che nel rivolgergli il discorso non gli si desse più verun nome. Lui assente, del resto, non si diceva altro che conte Benedicite, ed anzi v'era taluno la cui lingua ribelle non sapeva dir «conte» e tirava innanzi a dir mastro Benedicite, come nel tempo passato.
[pg!141] Il solo che lo chiamasse col suo vero nome, troppo tardi svecchiato, era lo strozziere di Roccamàla, persona nuova, e successore del nuovo padrone in quella aucuparia dignità. Conte Anacleto (lo storico imparziale gli farà anch'egli il torto di non chiamarlo a modo?), conte Anacleto avea fatto venire assai da lontano quel personaggio, perchè avesse cura delle sue nobilissime bestie.