— Domine, fallo tristo! — urlò Benedicite, facendosi pavonazzo dalla rabbia, e balzando dalla seggiola, come per avventarglisi contro.

— Chetatevi, messere Anacleto! — disse fra Gualdo, a mani giunte. — Esto prudens!

— Che prudens! che prudens! Le mani, le mani mi prudono ora, e non so chi mi tenga ch'io non lo faccia balzare da quella finestra....

— Provate! — disse lo sconosciuto, incrocicchiando superbamente le braccia sul petto.

[pg!147] — Che sì.... che sì.... — seguitò Benedicite, sempre più riscaldandosi; ma fra Gualdo, levatosi da sedere, a malgrado del ventre, andò a trattenerlo, e non senza fatica lo ridusse da capo sulla sua scranna di cuoio cordovano.

Pax tibi, messere Anacleto! E voi, — aggiunse il rubicondo bernardone, voltandosi a dare la parte sua allo sconosciuto, — non dovreste uscire in cosiffatte sentenze, o metterle fuori con un po' più di garbo. Est modus in rebus....

— La mia gente! — gridava intanto Benedicite. — La mia gente! e sia messo fuor del castello lo sciagurato!

— No, neppur questo! — soggiunse il paciere, — non si usa tal villania ad un forastiero, per una cosa mal detta. Oltre di che, vi bisogna sapere chi egli sia...

— Sì, orbene.... Lasciatemi, pater reverendissime, non mi state dinanzi; sono tranquillo, non ho più nulla.... Ah, così va bene. Diteci dunque, messer cavaliero, chi siete voi?...

— Ah! — rispose quegli, sorridendo. — Di qui avevate a cominciare, e non vi sareste guastato il sangue.... prima del tempo. Io sono il conte di Roccamàla. —