Come si rimanesse il conte posticcio a quella improvvisa dichiarazione, argomenti il lettore. Io dirò solamente che egli sentì traballarsi sotto le membra la sua scranna feudale, e s'aggrappò forte ai bracciuoli, come per sostenerla. Passato quel lampo di stupore e di paura, si provò a ridere; ma le labbra sole si mossero e fecero una brutta smorfia; il riso non venne dal cuore.
— Ah, ah! il conte di Roccamàla! Questa è nuova [pg!148] di zecca.... E per ciò appunto vi siete partito da casa vostra?
— Messere, — disse l'altro senza scomporsi, — questa pergamena vi farà fede dell'esser mio. Mi chiamo Ulrico di Roccamàla, e son figlio ad Ottone, il fratello minore di Ruberto il taciturno. Questa è la genealogia de' miei maggiori, che potrete raffrontare a quella del castello, la quale il mio cugino Ugo non avrà certamente portata seco sotterra. Che ne pensate voi?
— Penso.... penso.... che tutto ciò è mirabilmente trovato, ma che non m'importa un frullo. Le pergamene si possono scrivere....
— Sane! — interruppe fra Gualdo, in quella che prendeva a sua volta dalle mani del suo vecchio sozio la pergamena di Ulrico. — Le pergamene hanno questo pregio singolare, che esse non si richiamano mai delle bugie che il tornaconto umano ci scrive. Ma, se questo è per avventura un pregio per chi le ha da metter fuori, e non lo è di certo per coloro che le hanno da leggere. —
Quell'altro non badò alle considerazioni del frate, e, volgendosi a Benedicite, gli disse:
— Questa pergamena porta il nome di un insigne araldo, e voi, dubitando della sua autenticità, vi chiarireste, per ciò solo, indegno di cingere spada. Ma, mettiamola pure in disparte; il mio volto non dice nulla a voi, vecchio abitante di questo maniero, e testimone di tre generazioni? Non vedete voi qui la fronte spaziosa, gli occhi fosforescenti e l'aspetto leonino dei Roccamàla? Non vedete qui derivata la sporgenza del loro labbro inferiore, il quale dimostra da due secoli che siamo nati per comandare?
— Non qui, mio bel sere, non qui! — gridò Benedicite, [pg!149] stretto, incalzato nelle sue ultime ridotte. — Conte Ugo mi lasciò sue erede universale, e ci ho un buon testamento che lo prova.
Il forastiero sorrise mestamente, in quella che volgeva una rapida occhiata al monaco, e proseguì, in atto di chi, accostate le labbra ad un'amara bevanda, vuol pure trangugiarla fino all'ultima stilla.
— Io non dirò del vostro testamento quello che voi pur mo' della mia pergamena. Vi dirò in quella vece che il vostro testamento non approda, se vi manca il diploma di Cesare, che voi vassallo innalzi a condizione di cavaliere e v'investa del dominio di così forte e ricco arnese. Ora, siccome vi ho detto, questo diploma non avrete mai fino a tanto che io viva, io conte Ulrico, io unico superstite del sangue dei Roccamàla.