Qui il conte Anacleto, che già stava assai male in arcioni, perdette a dirittura le staffe.

— Ah! — gridò egli di rimando. — E credete non ci sia più qui, non rimanga nessuno di così nobile schiatta? Andate, tornate in Lamagna, ad bibendam cerevisiam vestram; qui comanda il vecchio Anacleto, erede di conte Ugo per forza di testamento e zio tutore del giovine conte Anselmo, un vero e pretto Roccamàla, e, quel che più monta, di casa.

— Tristo ed abbietto! — tuonò il forastiero. — Voi calunniate vostra sorella!

— Alla croce di Dio! — gridò Benedicite, in atto di scagliarsi su lui.

Ma innanzi ch'egli avesse potuto colpire il suo avversario, fu colto da un manrovescio così forte nel petto, che lo sbalestrò come un batuffolo di cenci sulla sua scranna feudale.

[pg!150] Gli occhi, che aveva dovuti chiudere, videro nel buio delle palpebre un subisso di fiamme; gli zufolarono le orecchie, e rimase un tratto come tramortito. Quando finalmente potè trarre il respiro e riaprir gli occhi, si trovò nelle braccia del monaco. Il forastiero era scomparso.

— Frate Gualdo! — diss'egli, con un fil di voce. — A che tempi siamo!

O tempora! o mores! — rispose il monaco, alzando gli occhi alle travi del soffitto. — Pazienza, amico mio, pazienza ci vuole!

— E in casa mia! e dentro una rôcca munita! — proseguì Benedicite, a cui tornava coi sensi la parlantina. — E nessuno che si trovasse qui a darmi man forte! E neppur voi vi siete mosso, fra Gualdo!...

— O che potevo io, fili mi dilettissime? Come avrei potuto parare un colpo così improvviso? E poi, a dirla schietta tra noi, non aveva egli un pochettino di ragione?