[pg!153] Il tapinello chiuse gli occhi per non vedere quella sinistra figura, che era ancora fra Gualdo e già incominciava a non esserlo. In quel mezzo, una voce nasale si fe' udire sull'uscio.

Pax Domini sit semper vobiscum!

L'interlocutore di Benedicite volse lo sguardo, e vide quel che aspettava. Ma il nuovo venuto non s'aspettava per fermo a quello che vide, cioè alla sua immagine, al suo ventre, alla sua tonaca, a tutto sè stesso insomma, raffigurato in un'altra persona, presso la sedia del castellano.

Frate Gualdo, l'autentico frate Gualdo, fece per moto naturale il segno della croce. Il suo Sosia si mise a ridere sgangheratamente. Benedicite, che al suono dell'amica voce aveva riaperto gli occhi, guardava l'uno e l'altro esterrefatto. E guardando più attentamente quello dei due che gli era stato tutta la mattina da fianco, lo vide farsi lungo, lungo, sottile, diafano, e finalmente sparire in uno scroscio di risa.

Per quel dì non fu bevuto nè Cipro, nè ippocasto, con sommo dolore del vero fra Gualdo. Mastro Benedicite, preso dal farnetico, fu posto dai suoi famigli a letto. Colà, egli vedeva fiamme e diavoli da ogni parte, e perfino nella faccia rubizza e contenta del suo collega e complice, che non ne capiva una iota.

[pg!154]

[CAPITOLO XV.]

De' progressi che avea fatto il biondo Fiordaliso nell'arte di poetare.

Era una notte sullo scorcio di novembre, una notte stupendamente serena, e rallegrata dal mite chiarore della luna crescente. L'amica dei notturni viandanti, spuntando dietro al castello di Torrespina, facea risaltare nel limpido cielo le opache sue cime, a guisa d'un nero merletto su d'una veste bianca, e mandava uno sprazzo di luce sul sentieruolo, che, costeggiando il fosso, saliva fino in capo all'erta dov'era l'antico mastio della rocca.

Per quel sentieruolo andavano di buon passo salendo due uomini, chiusi nelle loro cappe di pannolano, imperocchè l'aria notturna incominciava a pungere, sugli Appennini.