Uscito appena dalla penombra in cui era nascosta una parte del fosso, i contorni del suo volto apparvero distinti allo sguardo scrutatore de' due primi venuti. La luna rischiarava i biondi capelli inanellati, sui quali posava una picciola berretta piumata, le apollinee forme del petto, piuttosto messo in mostra che coverto da una leggiera saracina, la spigliata e graziosa andatura delle gambe, chiuse in molli calze divisate di seta, e le mani impedite dalla spada e da un liuto, arnesi che aveva dovuto sollevare dal fianco, innanzi di spiccare il suo volo.
— Ve' come si è fatto aitante della persona e di bella guisa! — susurrò il Mèntore nell'orecchio all'amico. — Cinque anni son presto passati, e il fanciullo è diventato uomo, proprio come quell'Anselmuccio, che oggi, la tua mercè, si godrà in pace il retaggio di Roccamàla. Un bel cavaliero, in fede mia, e non mi fa stupore che madonna se ne sia avveduta. L'uomo è fatto per la donna e tuttedue per mettere il diavolo alla prova. Ma ecco, egli dà di piglio all'istrumento; or vediamo s'egli abbia progredito nell'arte di poetare; chè invero quella sua ballata di cinque anni or sono, la non valeva un frullo, ed io gliel'ho lodata da fratello in Apolline, vo' dire per misericordia. —
La voce di Fiordaliso, chè era egli infatti, interruppe le chiacchiere con cui Aporèma andava trafiggendo lo spirito d'Ugo, di quel conte Ugo che dovea passare alla posterità con l'appellativo di felice. Ed [pg!157] ecco che cosa cantò, salendo soave al verone dove era assisa Giovanna, la voce del biondo Fiordaliso:
— Un giorno mi piacque
Di gaie canzoni
Il folle concerto
Tra' colmi bicchier;
O, lente le redini,
E fermo in arcioni,
Spronare all'aperto
L'ardente corsier.
Or vinta dal tedio
È l'anima mia;
Di strano languore
Morendo sen va.
Ah, contro l'effluvio
D'arcana malía,
Il povero core
Difesa non ha! —
— Povero cuoricino! e' mi strappa le lagrime! — borbottò fra i denti Aporèma.
Ugo non disse verbo; ma ciò che dentro sentisse chiarì ad Aporèma la sua mano, che convulsivamente gli strinse il braccio, accennandogli di non interrompere il canto.
Fiordaliso, che non sapeva di avere così numeroso ed attento uditorio, ma che non pensava a rallegrare altri orecchi fuor quelli dalla divina Giovanna, così proseguì la ballata:
— Smeraldo vivissimo
D'angelici lumi
Io vedo tra i cento
Doppieri brillar;
Galoppo e nell'aria
I noti profumi
D'un crine mi sento
Sul viso spirar.
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Gioite, è vostr'opera,
Gentile mia fata;
Ma sensi più umani
Vi parlino al cor!
Vi prega d'un farmaco
La mente turbata....
Amore risani
Il male d'amor. —
— Ah! ah! — soggiunse ghignando Aporèma. — Un'inferma lassù e un infermo quaggiù. Togli lo spazio che li divide e saranno due sani. Madonna, se Iddio vi aiuti, usategli misericordia e mandategli il dittamo per le sue piaghe. Bene, del resto, bene! ei mi s'è fatto poeta daddovero e voglio congratularmene seco lui.... Ah, eccolo finalmente, il farmaco aspettato! E' scende pietoso, con la velocità d'una carta legata ad un sassolino. —
Così dicendo, Aporèma uscì carponi dal suo nascondiglio.