— Oh, bravo, sei tu? — disse Raimondo, veduto entrare l'amico. — Siedi; finisco di minutare una lettera, e son da te. Sei stato al Danieli? — soggiunse, rimettendosi a scrivere.
— No; — rispose Filippo.
— Come va questa faccenda? Ier l'altro, no; ieri nemmeno; oggi meno che mai. Che giuoco è questo? Se credi di toccare il cuore alle belle, con questo modo di farei....
— Sai, — disse Filippo, impacciato, — colla signorina indisposta....
— Appunto per ciò; — interruppe Raimondo, — buona ragione per andare ogni giorno a chieder notizie. Agli occhi della signora Eleonora tu sei già un fidanzato, mio caro. Ma che cos'hai, ora? —
Filippo s'era lasciato cadere allora allora su d'una poltrona, accanto alla scrivania di Raimondo, e abbassata la fronte rimaneva lì immobile, quasi istupidito, collo sguardo fisso al tappeto.
— Più ci penso, — mormorò egli, senza levar gli occhi da terra, — e più vedo questo matrimonio impossibile. —
Raimondo per quella volta depose la penna, e inarcò il sopracciglio.
— Impossibile? perchè?
— Lo sai, lo intendi, dovresti immaginarlo anche tu. Quella donna è troppo ricca per me. Temo le ciarle del mondo. Ma sì; — soggiunse Filippo animandosi, poichè tanto aveva preso l'aire; — questo pensiero è più forte di [pg!194] me. Ho cercato di vincerlo; non ci sono riuscito; sento che non resisterò a questa vergogna.