— Vergogna, anche! La parola è grave.
— Nella mia condizione è la vera.
— La tua condizione è onorata; quante volte avrò io da ripeterlo? Non sei uno spiantato, perbacco, e molti galantuomini si sentirebbero in diritto di pretendere ad un partito come quello, con molto meno di terra che tu non n'abbia al sole. Inoltre, te l'ho anche detto; da amici, e segretamente, e senza aver neanche da rimetterci un soldo, son sempre qua io per pareggiar le partite. —
Filippo fece il solito gesto di diniego all'offerta.
— Sì, quel che vorrai; — diceva egli frattanto. — Ma non si tratta solamente della dote, per me; si tratta del resto, di tutto il resto, capisci?... Con tanti milioni!...
— Tanti milioni!... Chi te l'ha detto, che sian tanti? E mettici un numero, almeno. —
Filippo sentì che su quella strada non era prudente andare più innanzi. Lo sapeva bene, il numero di quei milioni; ma non poteva lasciar trapelare da chi lo avesse saputo.
— Ma, — balbettò egli impacciato, — è da supporre, almeno....
— Non ne supporre troppi, ti prego; — disse Raimondo, vedendo che l'altro non accennava a voler compiere la frase. — Anselmo è ricco, o potrà diventare ricchissimo. Ha ancora molti anni davanti a sè; tu ne avrai altrettanti da aspettare, prima di darti pensiero di ciò che egli potrà lasciare, non a te, ma a sua figlia.
[pg!195] — Ebbene? — rispose Filippo. — Cessa forse per questo ogni dubbio, ogni sospetto di calcolo da parte mia? Pensa, ti ripeto, pensa alla mia condizione, che è delicata, che è grave.