— Nulla; — rispose Raimondo.
— È troppo poco, il tuo nulla; — replicò la signora. — Tu hai un dispiacere; ti si legge sulla fronte.
— Eh, cara mia! gli affari non vanno tutti bene ad un modo. Corro il rischio, oggi, di perdere ventimila lire.
— E per questo hai le gronde? Avrai perduto altre volte, e senza far quella cera.
— Non so; — disse Raimondo, svogliato. — Il perdere è sempre spiacevole. Venti lire son venti lire per tutte le borse, anche per quella di un Rotschild, come dice il proverbio della gente d'affari; figùrati poi.... ventimila. —
Voleva ridere, ma rideva stentato. Ed anche stentato gli era venuto l'accenno di quella gran perdita, che finalmente non era ancora una perdita, ma un rischio di perdere.
— Filippo ha parlato; Filippo ha resistito; — disse [pg!192] la signora Livia tra sè, reprimendo un sussulto di allegrezza, la cui manifestazione per verità sarebbe stata fuori di luogo.
Sì, Filippo aveva parlato, e in ciò che Filippo aveva detto era da trovar la cagione della tristezza di Raimondo. Ma questi non voleva confessare a sua moglie che una nuova difficoltà fosse nata, e che questa difficoltà gli venisse appunto dagli scrupoli, dalle fisime cavalleresche, dalle ubbie pazzesche del suo caro Filippo. Temeva troppo di sentirsi dire da sua moglie: “Ti sei bene infatuato di quello sciocco? Ti sei bene affondato negli impicci per lui? Vedi ora che bei giuochi ti fa, rendendoti ridicolo, con la tua smania di far l'agente matrimoniale! Aggiungi al ridicolo il doverti guastare coi Cantelli. Per le donne, poco m'importerebbe; molto deve importare a me, perchè importerà a te, e non andrà senza le più gravi conseguenze, l'esserti guastato col vecchio, padre canzonato e banchiere offeso nella sua dignità.„
Questo, od altro di simile, ed anche di peggio, gli avrebbe detto sicuramente sua moglie. Ora, egli non voleva più aver guerra di parole con quella donna, tanto amabile, cara, idolatrata a quel dio, ma un po' per cagione de' suoi nervi, un po' troppo facile ad aspreggiare, a schernire. Donna adorabile, se non avesse avuto quel piccolo difetto, che a volte lo avrebbe fatto dare nei lumi! Ma esseri perfetti non ne nascono al mondo.
Filippo adunque, era stato quel giorno al banco Zuliani, secondo il costume invernale, sulle quattro del pomeriggio; l'ora canonica, come la chiamava Raimondo, [pg!193] per fare la passeggiata igienica, aspettando ambedue l'ora del pranzo, che doveva separarli, avviando l'uno al palazzo Orseolo e l'altro al caffè Quadri.