Ridottosi frattanto nella sua camera, si era gittato bocconi sul letto, piangendo e ruggendo. Gli bruciavano le labbra; quel bacio che aveva ricevuto, e forse reso, gli pareva un sacrilegio. Rimorsi nuovi, da aggiungere ai vecchi! E il suo bel sogno svanito, e Margherita, la dolce Margherita, perduta per sempre! Perchè oramai il dado era tratto; doveva resistere, lo aveva promesso. Aspra punizione del destino! Ma egli l'aveva pur meritata.
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XII.
A caso disperato.
La signora Zuliani giunse al palazzo Orseolo prima che capitasse Raimondo per far colazione. In verità, quell'Aldini era un grande spericolone; ma non faceva poi niente di nuovo, quel giorno; era stato sempre così, se non peggio. Gli si era bene imposta lei, in un momento di follia; lo aveva involto davvero, e stravolto, non vedendo, non considerando più nulla, attratta da un fascino arcano verso quell'uomo, che tutti decantavano, che tutti alzavano in palma di mano, come un perfetto cavaliere, per cui tante belle sospiravano, per cui più d'una aveva perduta la pace del cuore e quella dell'anima. E quel don Giovanni, inconsapevole della sua forza, si era dimostrato così discreto con lei, timido come un ragazzo, tutto scrupoli, tutto riguardi, volenteroso dispensatore di quei savi e prudenti consigli, che non sogliono essere il fatto degli uomini, specie dei fortunati in amore. Livia ci pensava spesso, a quei cominciamenti strani della loro conoscenza, non potendo dissimularsi di essere stata lei la grande colpevole. Che cosa doveva egli fare, per trattenerla [pg!188] sull'orlo dell'abisso, più di quello che aveva fatto, fino a parerne ridicolo? Amandola, per altro, che non sapeva negarlo; ed anzi c'insisteva tanto più volentieri, quanto più si mostrava disposto a resistere. Questo, almeno, a lei pareva evidente, chiaro come la luce del sole; e mettiamo pure che le piacesse esagerare la forza di un sentimento, in cui potevano aver parte la delicatezza dell'animo e la cortesia dei modi signorili.
Quanto agli scrupoli cavallereschi, onde i timori e i rimorsi continui, ella bene intendeva come fossero effetto necessario della grande amicizia tra lui e Raimondo. Ah, quel Raimondo, così infatuato del conte Aldini, non era stato egli la prima cagione del male? Dove l'uomo s'infatua, la donna s'innamora; ecco il guaio. Così innamorata, e forse più nella fantasia che non fosse nel cuore, quanto aveva ella sofferto di quegli scrupoli, di quei timori, di quei rimorsi, che ella non conosceva, pur dovendo fingere di sentirli con lui! Ed egli voleva ricondurla ad ogni costo sulla via della ragione, e non riusciva ad altro che ad irritarne lo spirito. Troncare, finire, ascoltare la voce del dovere; come si fa, quando l'anima è piena del suo bel sogno, e la passione trabocca? Pure, in gran parte, aveva dovuto cedere. Si vedevano di rado, e quasi alla sfuggita; Raimondo, frattanto, parlava sempre di voler ammogliare Filippo. Anche quello ci voleva! Finchè erano discorsi in aria, pazienza; si poteva sorriderne, quantunque a denti stretti. Filippo, dal canto suo, si era sempre valorosamente difeso. Ma allora non si vedeva il nemico alle porte: ora il pericolo appariva vicino, imminente, ed ella lo aveva sentito senz'altro, al [pg!189] primo comparire della graziosa puppattola. Così la chiamava, anche tralasciando l'epiteto; così chiamava tutte le fanciulle di bella presenza, dalle ricche capigliature, dalle guance vermiglie, dai grandi occhi incantati, ancora un po' dure negli atti, senza languori, senza tenerezze, ma forti della loro fiorente e promettente giovinezza. Ah, quella puppattola, graziosa sì e no, ma innegabilmente troppo ricca, faceva ben soffrire la signora Zuliani nel profondo dell'anima, dove s'annida quella triste miscela d'orgoglio e di vanità, che è il nostro amor proprio. Ed era giunta a questo: rinunziar lei a Filippo, purchè egli rinunziasse a Margherita. Su questo patto si era ostinata; egli avrebbe resistito con nuovi argomenti alla idea malaugurata di Raimondo; ella si sarebbe rassegnata a non veder più Filippo, ridiventato in istile di cerimonia il signor conte Aldini, a non vederlo più, se non qualche volta, a punti di luna, nel suo salotto, o nel suo palco a teatro. Fino a quando così? Fino a quando si potesse durare. Tante cose si promettono, colla speranza di non doverle poi mantenere!
Raimondo Zuliani giungeva a casa, secondo l'uso, di buonissimo umore. Si era a tutta prima turbato, vedendo la sua Livia un po' pallida e abbattuta nell'aspetto; ma pensò che erano i soliti vapori, frequenti a dir vero, ma brevi, passati i quali la strana creatura ritornava più fresca e fiorente che mai. Strano uomo anche lui, con tutte le virtù, con tutti i doni dello spirito, meno la perspicacia nelle cose più vicine e più intime. Ma questa qualità non va mai senza un certo spirito diffidente; e può questo allignare dov'è rigogliosa la fede? Raimondo [pg!190] aveva una fede robusta in ogni cosa, fede in lei, fede nell'amico, fede in sè stesso. Questa, poi, era principio e cagione di tutte le altre. Per l'amor suo e per la passione del lavoro, non aveva egli fatto miracoli, raggiungendo una condizione invidiata? Ben lavorava per quella donna, che era tutta la sua famiglia; e ancora non aveva egli varcato nel cammino della vita quel mezzo, oltre il quale s'incomincia a perdere qualche illusione e qualche speranza. Egli e Livia potevano dirsi soli nel mondo; ma se non gli arrideva forse più l'idea di lavorare per una nidiata d'innocenti, bene egli vagheggiava il disegno ambizioso, ma non temerario, di rallegrare gli anni maturi della sua donna con due o tre milioncini, da aggiungere a quello che non aveva più da aspettare. Egli lo aveva pure indovinato, che i troppi milioni delle Cantelli entravano per una gran parte in certe antipatie di sua moglie, le quali senza ciò si sarebbero potute stimare irragionevoli. Ebbene, a questo piccolo guaio c'era rimedio, e in sua mano: giovine ancora e pieno di salute, animoso ed accorto, col vento in fil di ruota da un pezzo, avrebbe raddoppiate, triplicate le sue sostanze in pochi anni. Non gli mancava il genio “degli affari„; la fortuna lo aiutava; due buone ragioni per veder la vita sotto l'aspetto più roseo.
Per allora, il sud sogno era quello di ammogliare l'Aldini, il suo Pilade, che considerava come una sua creatura. E ciò senza nuocere alle sue faccende, che non entravano punto nel giuoco. Quello, infatti, era quasi un lavoro delle ore avanzate; lavoro fine, lavoro delicato, in cui si esaltava la sua mente, e si compiaceva il suo [pg!191] cuore. Far dei felici intorno a sè, bella cosa, e gaudio divino: peccato che sia cura di pochi.
Or dunque, egli era di buonissimo umore a colazione; ma fu di umor pessimo a pranzo. I giorni si seguono, e non si rassomigliano; così disgraziatamente vanno, e anche dissimili, le ore d'un medesimo giorno. La signora Livia, che aveva le sue particolari ragioni in quel giorno, per ispiare attentamente il volto di suo marito, non ebbe da fare nessuna fatica per riconoscere che il vento era cambiato. La faccia di Raimondo non nascondeva mai nulla dei sentimenti interiori: gli occhi erano in lui veramente lo specchio dell'anima.
— Che cos'hai? — gli domandò, vedendolo accigliato.