— Raimondo! — gridò Filippo non voce lagrimosa. — Raimondo! Se tu mi leggessi nell'anima!...
— Te l'ho detto, aspetto la tua risposta. Leggerò quella; non più parole inutili; va! —
Si era alzato, così dicendo. Anche l'Aldini si levò in piedi e si mosse per uscire, con un gesto d'addio disperato; veramente disperato, come il caso in cui lo aveva messo il suo triste destino.
Rimasto solo nelle stanze, Raimondo si studiò anzitutto di ricomporre il viso ad un'apparenza di tranquillità. Con uno sforzo violento venne a capo di padroneggiarsi, tanto da poter finire di minutare la lettera rimasta interrotta; poi chiamò il signor Brizzi, per dargli le opportune istruzioni. Finalmente uscito dal banco, andò attorno passeggiando senza saper dove e perchè, ma rinfrancandosi a grado a grado nell'aria pungente della sera, e portò a casa il resto del suo turbamento, quel resto che non poteva sfuggire all'occhio indagatore di Livia. Lì per lì, come s'è visto, Raimondo aveva dovuto scodellare quella bugia delle ventimila lire in pericolo; la prima che gli era venuta alla mente, e la più facile ad un uomo d'affari, ma non lavorata abbastanza, non aggraziata nè condotta a pulimento, per la fretta che aveva di trovar qualche cosa. Forte di quella bugia, era rimasto [pg!202] aggrondato, per tutto il tempo del pranzo, ed anche più tardi in salotto, mentre la signora fingeva d'esser tutta intenta nel suo ricamo turco (un ricamo che voleva durare quanto la tela di Penelope), ed egli di essere sprofondato nella lettura dei suoi giornali. Ed ella di tanto in tanto, col pretesto d'infilar l'ago, mandava una rapida occhiata al marito; ed egli, a più lunghi intervalli, come se si destasse ad un tratto da una specie di letargo, attaccava qualche discorso vano, che tosto lasciava cadere. Serata uggiosa per tutt'e due! Frattanto egli non dava indizio di volersi spiccare da casa, per andare a far quattro passi.
Erano già suonate le nove all'orologio dell'anticamera, quando si udì una scampanellata. Visite? Per quella sera non ne aspettavano. Poco dopo entrava in salotto il fido Giovanni, portando un vassoio d'argento, e sul vassoio una lettera.
— Per lei, signor padrone; — diss'egli, accostandosi al signor Raimondo.
Prese questi la lettera con un gesto convulso, che alla signora Livia potè sembrare impaziente.
Ella intanto sbirciava il messaggio, che Raimondo aveva dovuto recare più presso alla tavola, sotto il vivo lume della lampada elettrica ond'era rischiarato il salotto; e tosto riconosceva il tipo delle buste del banco maritale, insieme colla mano di scritto del signor Brizzi, gran maestro in calligrafia commerciale. Anche questi particolari aveva notati Raimondo, e alla sollecitudine con cui aveva afferrata la lettera era succeduto un senso di delusione e di noia. Nondimeno, aperse la busta, ne [pg!203] estrasse il foglio, e lo spiegò. C'erano pochi versi di scritto, e lo sguardo di Raimondo li abbracciò tutti in un colpo; egli ripiegò quindi il foglio, lo rimise nella busta, e cacciò tosto il messaggio nella tasca interna del suo soprabito.
Ma un gran mutamento si era fatto in lui: sparite le gronde, la fronte rasserenata, l'occhio tornava a brillare della solita luce, e le labbra, non più strette come dianzi, s'ammorbidivano ad una espressione di gran contentezza.
Tutto ciò non era sfuggito allo sguardo di Livia. La bella signora aveva molte ragioni, quel giorno, per essere in singolar modo curiosa. Passati appena pochi secondi, quanti ne bastavano a capire che Raimondo non avrebbe aperto bocca egli stesso per darle ragguagli, placidamente, senza levar gli occhi dal suo ricamo, gli disse: