“Hai ragione, ed io sono un pazzo. Ma se tu vedessi nell'anima mia!... Basta, io non ti dirò altro dei miei turbamenti. Vedi pure il signor Anselmo; io non ho più nulla da opporre alle tue argomentazioni, segnatamente all'ultima, che mi ha troppo commosso. Ah, Raimondo, Raimondo! Tu eri ben degno d'un amico migliore.

“Il tuo Filippo Aldini.„

E nient'altro: ma quel tanto bastava ad illuminare la signora Zuliani. “Vedi pure il signor Anselmo; io non ho più nulla da opporre.„ Oh, caro! Si era egli dunque finito di persuadere da sè? C'erano molte più cose da opporre a lui, e alle sue facili persuasioni. Ma non c'era tempo da perdere. Livia rilesse il biglietto, per non dimenticarne una sillaba; poi lo ripose nella sua busta, e com'era andata una volta, così guardinga ritornò nella camera di suo marito; rimise la lettera al suo posto, mentre Raimondo seguitava a dormire, e si ridusse nella sua camera. Soltanto allora poteva dar libero corso allo sdegno ond'era tutta invasata.

— Ah no! non sarà come tu la pensi, cacciatore di doti! Saltasse il mondo, questa non la spunterai, te lo prometto. Ed io, quando prometto, mantengo. —

Così borbottava tra i denti, mentre la sopraccoglieva un gran freddo, obbligandola a rimettersi in letto. Indossava ancora la veste da camera, e non ci aveva neanche badato. Tra poco, al gran freddo sarebbe succeduto [pg!209] un gran caldo; tanto già incominciava la febbre a darle travaglio. E rileggeva con gli occhi della mente il biglietto fatale. “Vedi pure il signor Anselmo„. Ma dove, se il signor Anselmo era a Milano? Che, forse era egli per giungere a Venezia? Ma sì, l'ordine dato da quell'altro di esser destato alle sette, non indicava che volesse andargli incontro alla stazione? Si faceva tutto a gran furia; e sul tamburo la scritta nuziale! Ah, no, mille volte no! Ella non voleva; non avrebbe mai consentito.

Filippo adunque perduto irremissibilmente per lei! E di lei si era fatto giuoco, il vigliacco! Ogni tentativo, pur troppo, le era andato a male. Aveva parlato alle signore Cantelli, seminando accortamente sospetti; e Raimondo si era affrettato a dissiparli. Curiose quelle donne, che si lasciavano così facilmente persuadere, tanta era la fretta di acciuffare un marito! Aveva parlato a Filippo, ottenendo da lui la promessa di resistere; e Raimondo era venuto a capo di persuadere anche quello, facendogli rimangiare la sua sacra parola. Con tante fatiche, non era dunque riuscita a nulla? E non le si offriva nient'altro, per muovere alla riscossa, per mettere a segno il cacciatore di doti? Ah, se avesse potuto discorrer lei, col banchiere Anselmo! Quello non doveva avere la stupida fretta delle sue donne, e neanche gli stolidi capricci del suo collega di Venezia; quattro ragioni spiattellate lì, senza tanti rigiri, lo avrebbero convinto della necessità di rompere quei negoziati vergognosi. Che cosa gli avrebbe detto? Non lo sapeva ancora; si sarebbe buttata là a capo fitto, anche a rischio [pg!210] di confessargli ogni cosa di sè. Lo sdegno non ragiona; può passar sopra alla vergogna. L'essenziale, per lei, era di vincere.

Ma come poteva sperare di veder subito il banchiere Cantelli, e senza importuni alle costole? Ci pensava, e mulinava disegni, l'uno più sottile e più pazzo dell'altro. Lo sdegno intanto cresceva, cresceva come un fiume in piena, che raggiunge il colmo degli argini, li sormonta e dilaga. Il sangue le dava tuffi frequenti; le tempia le ardevano; le si offuscavano gli occhi. Filippo sposo! Filippo che si rideva di lei e delle sue furie impotenti! Ah, il signorino, il bel conte, così mutato da quello di un giorno! Perchè egli, con tutti i suoi rimorsi, con tutte le sue prudenti esortazioni, non poteva negare a sè stesso di averla ricambiata di amore. Gli avrebbero dato, se mai, una solenne mentita le sue medesime lettere, piene di soavissime cose. Bruciando per tutte le membra, non potendo più stare sotto le coltri, si alzò di scatto, mosse alla volta di uno stipo che stava appoggiato contro la parete, lo aperse, e toccato un segreto nel fondo, ne fece uscir fuori un involtino di carta. Erano lì, strette da una fettuccia color di rosa, le lettere di Filippo Aldini.

Non molte, per altro; l'amico era assai presto diventato sospettoso e prudente: tanto prudente, che si era fatto promettere da lei di bruciare quegli otto o nove messaggi d'amore. Che bisogno di conservarli, se durava nei cuori il sentimento gentile ond'erano stati ispirati? Così egli diceva. Ma qual donna innamorata, o che tale si creda, accetterà mai il consiglio di distruggere i [pg!211] dolci ricordi del tempo felice, i cari trofei della sua stessa vittoria? Aveva promesso di bruciare, ed aveva conservato; rileggeva allora, e si esaltava sempre più. Scoccarono le cinque, ed ella non aveva anche finito di sfogliar quelle pagine, di notarne i pensieri, di meditarne le frasi, di richiamarsi alla mente le sensazioni che s'erano accompagnate alla prima lettura. E se quell'altro si fosse destato? Se udendo il fruscìo delle carte, od altro lieve rumore nella camera di Livia, e imaginando ch'ella non dormisse più, fosse comparso là, dall'uscio dell'abbigliatolo, e l'avesse colta in sull'atto dell'amorosa lettura? Ebbene, comparisse pure, lo spettro della vendetta. Oramai, ella non reggeva più alla violenza del suo dolore; ogni altro male sarebbe stato un sollievo. Ma egli dormiva ancora, dormiva sempre il sonno del giusto; e Livia ebbe tempo a rileggere, a meditare, a richiamar sensazioni antiche, poi a rifar l'involtino, a rimetterlo nel suo cassetto d'acero, e a richiuder lo stipo.

Il freddo la riprendeva, ed ella ritornò a rannicchiarsi nel letto, formando sempre nuovi disegni, non trovando mai nulla che valesse, rabbrividendo, fremendo, gemendo, e nella sua disperazione chiedendo a Dio che la facesse morire. Il mondo le pareva un buio deserto, oramai, se le mancava Filippo, se Filippo doveva appartenere ad un'altra. E vedeva la puppattola sciocca, bianco rosata sotto le ciocche luccicanti dei suoi capelli neri; la vedeva lieta, trionfante, venirle incontro con un sorriso che tradiva lo scherno, per ringraziarla dell'esser venuta ad assistere alla cerimonia nuziale. E a quella, e ad [pg!212] altre feste doveva esser presente la moglie di Raimondo Zuliani, autore glorioso e dissennato della felicità del suo caro Filippo. Ah no, per la collera di Dio, che punisce i traditori, quella felicità non sarebbe giunta a maturanza; no, no, mille volte no; sarebbe morta, piuttosto, ma della collera divina sarebbe stata lei lo strumento.

Intanto albeggiava; il cielo si tingeva di un tenue chiaror cenerognolo, sui tetti dei palazzi nereggianti in grandi masse dall'altra riva del Canal Grande. Ed ella ancora non aveva chiuso occhio; e quell'altro seguitava a dormire, più saporitamente che mai. Attraverso gli usci dell'abbigliatolo, Livia ne udiva il respiro largo, profondo, monotono nel suo ritmo uniforme.

— E tu dormi, sciocco! — mormorava ella, stizzita. — Così tu hai sempre dormito. —