Infatti, che cieca fiducia, in quell'uomo! Quante volte non si era ella trovata sul punto di essere scoperta! Ogni altro si sarebbe insospettito di meno; egli no. Gran fede! gran fede! Si fonda una religione, colla fede, non si governa una donna. Ed era stato lui, a tirare in casa il bel conte; lui a magnificarne ogni atto, ogni parola, ogni gesto; tanto che, sul principio, ella ne era seccata parecchio, avendo perfino accolto nell'anima il sospetto che il suo Raimondo, senza volerne aver l'aria, fosse noiato di lei e chiamasse un aiuto a portar la sua croce. Ma che cosa aveva di tanto miracoloso, quel conte? Era bello, sì, senza eccesso; elegante con misura; scarso di parole, che parevano tutte assai meditate; spesso e volentieri taciturno; sempre in [pg!213] atteggiamento pensoso. Forse per questo lo dicevano un uomo fatale? La uggivano maledettamente, gli uomini fatali. Ma intanto, volere o no, poichè egli era entrato nelle grazie di Raimondo, bisognava studiarlo, ed anche poteva essere utile studiarlo per indovinare con qual segreta malìa avesse egli incantato parecchie bellezze, delle quali in ogni ritrovo più o meno aristocratico si bisbigliavano i nomi. Ahimè, studiare è principio di amare; e quando la signora Livia ebbe molto studiato, si ritrovò pazzamente innamorata del conte Aldini. Un amor pazzo non è sempre, anzi non è quasi mai un amor vero; non è certamente un amore profondo; nasce dal cervello e non dal cuore; l'imaginazione lo ha concepito, il sentimento la ha tenuto a battesimo, secondo l'usanza di tanti padrini, senza calcolar troppo i suoi obblighi. Così travolta dall'impeto della passione, era stata lei la prima cagione del male onde ora aveva a dolersi. Il suo amor proprio non le permetteva di confessarlo; alla peggio, la colpa di tutto andava ascritta a Raimondo. E certo, quel marito non era stato prudente, nè savio: felice tra due diversi affetti dei quali sentiva bisogno il suo gran cuore, non aveva veduto nulla, sospettato di nulla; beatissimo uomo, aveva dormito tra due guanciali, proprio come in quel momento faceva.
Ma per allora, a buon conto, l'amico doveva risvegliarsi. “Paron Nane„ aveva bussato due volte all'uscio della sua camera, discretamente la prima, più forte la seconda; finalmente, a rompergli l'alto sonno nella testa, era entrato, portando il vassoio del caffè, secondo l'ordine ricevuto.
[pg!214] Livia sentiva dalla sua camera la voce del vecchio servitore che riscuoteva Raimondo, e tosto quella di lui, che destato in soprassalto chiedeva:
— È già l'ora?
— Sono le sette, signor padrone; — rispondeva quell'altro. — Non mi ha ordinato di svegliarla ad ogni costo?
— Sì, sta bene, sta bene; versate il caffè, paron Nane, — replicava Raimondo. — Ma in verità, dormivo così di gusto! —
Le sette scoccavano infatti all'orologio dell'anticamera. Le sette; e Livia aveva passata tutta la notte insonne! E il sangue le ribolliva nelle arterie, pulsando forte, martellando alle tempie.
Già Raimondo era sceso dal letto, ed ella lo sentiva andare e venire nella fretta del vestirsi, poi richiamare il servitore e ordinargli che la gondola fosse pronta per le otto alla scalinata del palazzo. Un'ora, dunque, un'ora appena doveva passare, ed egli sarebbe uscito, sarebbe corso dove lo chiamava il suo matto desiderio di far la gente felice. Ella, intanto, era fuori di sè. Tremassero i felici, ai quali Raimondo dedicava le sue cure amorevoli: ella sentiva una voglia furibonda di balzare dal letto, di fare un chiasso, di romperla con ogni riguardo, come con ogni paura. Non ne poteva più, non ne poteva più; o sfogarsi, o morir soffocata.
Raimondo era entrato nell'abbigliatoio; Raimondo veniva ad aprir l'uscio della camera di lei; Raimondo appariva sulla soglia.
— Livia, dormi? — chiedeva egli a bassa voce.