— Eh, non tanto vecchio come tu credi. — Raimondo tentennò la testa, in atto d'uomo che fosse ben sicuro del fatto suo.
— T'inganni, bella mia, t'inganni; — ribadì, più placido che mai. E per un momento, sappi, m'ero ingannato ancor io. Vedendolo sempre così incerto, così [pg!217] facile a volere e a disvolere, mi era passato per la mente quel che tu dici. E gliene domandai, senza tanti preamboli. Figúrati che a tutta prima voleva dirmi di sì. Ma lo faceva parlare in questo modo l'eterna paura di sembrare un uomo interessato, quel che tu dici un cacciatore di doti. Ma io l'ho confessato per bene, sai. Ha dovuto convenire di esser libero, liberissimo di ogni specie d'impegno; così, su tutti i punti ho avuto il piacere di vincerlo. —
Livia guardò suo marito negli occhi. Le parve orribile, con la sua faccia fresca, con la sua asseveranza, con la sua serenità imperturbabile, e più coi suoi canti di vittoria.
— Dunque, tu credi che non abbia vincoli di cuore?
— Lo credo fermamente.
— Sciocco! — gridò la fiera donna, divorata dalla febbre, divampante di collera. — Apri quello stipo; c'è ancor la chiave nella toppa. —
A quelle strane parole Raimondo diede un balzo sulla poltrona ov'era andato a sedersi, presso il letto di sua moglie, fin dal principio del loro colloquio mattutino.
— Che è ciò? — diss'egli turbato. — Che cosa ho io da vedere là dentro?
— Il tuo disinganno, se credi l'Aldini un fior di cavaliere. Ah, egli si è fatto ben pregare, per ingannare te, per ingannar la tua Margherita, per ingannare la signora Eleonora, il banchiere, e tutti quanti. Non ama la tua puppattola, te lo dico io; non l'ama d'amore. Apri!
[pg!218] — Ma, in nome di Dio, che cosa c'è là? — gridò Raimondo, irritato.