— No, signora; egli era nel suo studio, ed io son rimasto nella prima camera, dove lavora il signor Brizzi. Ma l'ho sentito rispondere “sta bene, mettete là, su quella sedia„, dopo che il signor Brizzi gli ebbe detto che il pastrano era stato portato da casa. —

Raimondo era dunque rimasto al suo banco. Aveva egli finito di scrivere le sue lettere? Di questo ella non poteva [pg!230] chiedere al servitore, che aveva riferito quanto era in poter suo di sapere, non essendo stato introdotto alla presenza del padrone. Erano le dieci e mezzo: la signora Zuliani fece una pronta risoluzione; mise il cappellino in testa, ravvolse il velo intorno alla faccia, ed uscì prendendo cammino verso il corso Vittorio Emanuele. Di certo, andava a trovare la Galier, avendo anch'essa bisogno di sfogarsi, di versare la piena delle sue afflizioni nel cuore compassionevole della contessa, della sua intima amica, dell'amica più vera, anzi dell'unica, che avesse per tale. Pallida e spossata, con gli occhi pesti, in ogni altra occasione la signora Zuliani avrebbe rinunziato ad una corsa fuori via; ma il momento era grave, ed urgente il bisogno; del resto, quel velo fitto sul viso poteva dissimular molti guasti.

Ella pensava, frattanto: mentre il corpo era in moto così frettoloso, il pensiero non poteva restarsene inerte.

— Ha sdegnato di uccidermi; — diceva ella tra sè. — Vuole sfogarsi contro di lui, è chiaro; gli manda un cartello di sfida. Come non l'ho io preveduto, ch'egli si potesse appigliare a questo partito? E ancora, se lo avessi preveduto, mi sarei io trattenuta dal fare quello che ho fatto? Ora, egli manderà la sua lettera. L'avrà poi potuta scrivere? Ne ha strappate già tante, che altrettante potranno ancor fare la medesima fine. Comunque sia, bisogna avvertire quell'altro, che non sa nulla, avvertirlo ad ogni costo. La contessa è così buona, mi è tanto amica, che vorrà pure aiutarmi. —

Avvertirlo, sì, era bene, e faceva bella testimonianza d'animo compassionevole. Ma era lei, Livia, la terribile [pg!231] Livia, la furia scatenata di poche ore innanzi, che pensava allora in quel modo? Il suo odio implacabile, dov'era andato a finire? Forse odiava quell'uomo, sentendolo felice, prossimo al compimento dei suoi voti più cari, alla consumazione del tradimento più nero; e nell'animo di lei si era stemprato ad un tratto il geloso furore, dando luogo ad un sentimento di pietà, forse di amore per quel disgraziato, allo scatenarsi della bufera che doveva travolgerlo. Arcani del cuore!

Quando fu giunta al portone della Galier, la signora Zuliani entrò nel vestibolo, ma non si volse già verso la scala a collo, che conduceva al quartierino dell'amica; si volse in quella vece al cortile, e prese la scaletta di servizio che metteva allo stabile attiguo.

— Perchè no? — aveva ella detto tra sè. — Sarà tutto tempo guadagnato. Forse egli non ha ancora pensato a serrare col catenaccio, non aspettando più apparizioni di gelose importune; — soggiunse ella sospirando. — Tentiamo! —

Ed era salita; e giunta al noto usciolino, aveva provato nella toppa la piccola chiave inglese, grazioso gingillo da cui non si era ancor separata. La piccola chiave fece liberamente il suo giro; ma l'usciolino non si aperse altrimenti.

Per l'appunto, non aspettando più visite da quella parte, Filippo Aldini aveva dato di dentro il catenaccio. Disperata, bussò colle palme distese, bussò quanto più forte potè, a colpi reiterati. Ah, per fortuna era stata udita; ella sentì aprire la vetrata dello studio, e tosto nell'andito oscuro un passo ben conosciuto, il passo di Filippo. Ancora [pg!232] pochi secondi, e il catenaccio era levato; aperto l'uscio, le apparve Filippo nel vano.

— Voi! — esclamò egli, ancora compreso di stupore. Non l'aspettava infatti; ma l'aveva indovinata poc'anzi al giro di chiave, quindi al batter disperato delle piccole mani.