— E tu dunque giura di attenerti a ciò che mi piacerà stabilire.

— Sia; te lo giuro; — conchiuse rassegnato quell'altro.

Raimondo mise la mano alla tasca di petto del suo soprabito, e ne cavò il portafogli. Insieme col portafogli era venuta fuori anche una lettera, che Filippo riconobbe sua, del giorno innanzi. Povera lettera, che doveva essere il principio della sua felicità, ed era stata in quella vece la cagione della sua rovina irreparabile! Sospirò, guardandola; sospirò ancora mentre Raimondo la ricacciava in tasca, con un gesto d'impazienza e di sdegno. Aperto il suo portafogli, Raimondo Zuliani ne cavò due foglietti quadrati, sui quali si vedeva un accenno di scritto.

— Li avevo già preparati; — diss'egli, — Guardali bene. —

Filippo li guardò. C'erano scritti due nomi; Aldini nell'uno, Zuliani nell'altro.

[pg!243] — Esamina attentamente; — incalzò Raimondo. — Non c'è scritto altro, nè sopra, nè sotto. Ed ora piegali in quattro. —

Filippo obbedì. Raimondo, frattanto, offriva il suo cappello: ma ravvedutosi tosto, e guardatosi attorno, aveva veduto appeso in un angolo il cappello dell'Aldini. Lasciato il suo, corse ad afferrar quello, e lo porse a Filippo, dicendogli:

— Mettili qua dentro. —

E perchè quell'altro si schermiva, riprese con accento imperioso:

— Suvvia! voglio così. —