— Non per me, — gridò egli, ferito nel cuore. — Come puoi tu dimenticare che parli ad un soldato? E non ti ho offerto io poc'anzi un patto migliore del tuo? Te l'offro ancora; sarai più sicuramente vendicato, ed io l'avrò per atto di giustizia. —

Raimondo crollò sdegnosamente le spalle.

— Se lo dicevo io, che si scivola nel melodramma! — esclamò. — Debbo ripeterti ancora che tu vorresti la parte bella per te? e che questo non mi conviene? Finiamola, e resti ciò che io ho stabilito. Quanto al termine che ho posto, è forse a mio vantaggio, ma tu non devi lagnartene. Io, se ha da toccare a me, non me ne voglio andare dal mondo come un fallito. Grazie a Dio, non son tale. Voglio dar sesto alle cose mie, chiudere il banco da uomo che si è seccato degli affini, trovare un buon pretesto alla mia sparizione, ed anche portare le mie ossa condannate assai lontano di qua. Dunque siamo intesi, alla sorte! —

Così dicendo, porgeva ancora il cappello. Filippo torse il viso con un gesto di viva repugnanza.

— Non io, se mai, — diss'egli, — non io.

— Ebbene, tanto fa; — disse Raimondo; — sarò io. — E mise la destra in fondo al cappello. Il momento era solenne. Grave nell'aspetto, ma calmo, Raimondo levò la mano, tenendo un biglietto tra le dita; lo spiegò tranquillamente, e lesse:

— Zuliani! —

Filippo diede un balzo di tutta la persona. Quel balzo [pg!245] rispondeva ad un violento sussulto del cuore. Divento pallido, smorto nel viso; un sudor freddo gli gocciolava dalla fronte.

— Ah! Raimondo! — esclamò, tendendo le braccia in atto disperato. — Non così! non così!

— Perchè? — disse Raimondo, grave e tranquillo come prima. — Perchè, se le cose sono state fatte a dovere? Vedi l'altro biglietto; c'è pure il tuo nome, che poteva uscire, com'è uscito il mio. Fermi ai patti, dunque; non c'è stato inganno, e i patti onestamente accettati debbono essere onestamente osservati.