Filippo Aldini fece quello che già tante volte aveva fatto, nel corso di quel doloroso colloquio; chinò la [pg!249] fronte, in atto di obbedienza, e più di vergogna. Raimondo si era alzato, riprendendo il suo cappello, ch'era rimasto posato sulla tavola.

— A questa sera; — diss'egli; — sulle nove; ed anche un po' prima, non sarà male. —

Poi, con un gesto d'addio, che non giunse alla stretta di mano, si avviò all'anticamera.

Filippo Aldini lo aveva accompagnato fino all'uscio, senza parole, umile in atto, sempre coll'animo abbattuto, quasi curvando la testa sotto il peso di una grande tristezza.

— Ti obbedirò; — aveva risposto brevemente, malinconicamente, alla raccomandazione di Raimondo.

Nè altro aveva soggiunto, imitando così l'esempio severo di lui. Egli intendeva benissimo che l'amicizia era morta, e solo ne doveva restare la onesta finzione in faccia alla gente.

Ritornato nella quiete del suo studio (quiete, ahimè, già più volte così violentemente turbata!), il povero Aldini rimase lungamente pensoso. Quante cose, in due giorni! quante confusioni, quanti contrasti, e quante rovine! Ma erano veramente due giorni? non due settimane, due mesi, due anni? Ed era stato proprio il giorno innanzi, ch'egli aveva promesso a Livia un ultimo atto di resistenza, il tentativo iniquo di mandare in fumo la propria felicità? Era stato il giorno innanzi, che Raimondo Zuliani, amico più caldo ed imperioso che mai, aveva sgominato il suo tentativo, rotto d'un colpo il suo faticoso tessuto di scrupoli vani, dimostrandogli che oramai l'onor suo era impegnato, e che alla perdita [pg!250] dell'onor suo non avrebbe potuto sopravvivere? Povero amico Raimondo! Ben altra perdita doveva egli toccare indi a poco, perdendo tutte le sue illusioni ad un tratto! Lei infedele, la sua Livia adorata; lei pazza, e nell'impeto cieco del suo orgoglio offeso, diventata feroce, tragica come una Furia antica! Egli, il povero disilluso, giustamente irato, anelante a vendetta, incatenato ancora dall'amor suo, smarrito tra la necessità di provvedere al suo onore oltraggiato e il desiderio di salvare quella donna da una vergogna altrimenti inevitabile, non era riuscito ad altro che a scavarsi con le sue mani la fossa! Era giustizia, quella? Cieca, davvero, cieca lassù come in terra!

Ed ora? Se la signora Zuliani, che era stata a sentire, commetteva un'altra delle sue malaugurate follìe, qual nuova vergogna per lui, nel cospetto di quell'uomo infelice! Perchè certamente aveva sentito; soffermata là, dietro l'uscio a vetri, per assicurarsi che il visitatore fosse veramente Raimondo; rimasta inchiodata a quel posto da un sentimento di curiosità morbosa; partita finalmente, dopo aver ascoltato l'essenziale, il terribile, dell'infausto colloquio. Egli ne era addolorato insieme e sgomento. Ma infine, perchè sgomentarsene? perchè dolersene? L'imprudenza di lei non aveva portato lì per lì conseguenze spiacevoli; per tutto l'altro, poichè il male era fatto, bisognava commettersi in balia del destino, e tanto meglio se quella donna aveva ascoltato: ella poteva misurare l'ampiezza del male commesso con le sue smanie gelose; poteva anche riconoscere la grandezza d'animo dell'infelice Raimondo, così poco savio con le sue illusioni, ma così nobile ad [pg!251] un tempo, perchè quelle illusioni erano state belle come l'anima sua, e che ad ogni modo se ne riscattava con un eroismo sublime. Filippo Aldini ammirava quell'uomo, che si svelava così grande nell'orrore del suo disinganno, come era stato semplice e buono nella ingenua fede in cui lo spirito suo si era lungamente cullato: lo ammirava per ciò, lo invidiava.

Quanto a sè, dopo quanto era avvenuto tra loro in quel giorno fatale, poteva l'Aldini accettare i frutti della magnanimità di Raimondo Zuliani? Troppo bene ricordava egli che l'amico aveva pochi giorni innanzi scongiurati gli effetti di un velenoso discorso nell'animo buono della signora Eleonora Cantelli, giurando e spergiurando che nei sospetti addensati sul capo di Filippo Aldini non c'era nulla di vero. Combatteva sospetti, il povero Raimondo, forte della sua fede e dell'intima conoscenza, che s'illudeva di avere, del cuore, e degli atti del suo giovane amico. Avrebbe egli potuto parlare una seconda volta con tanta asseveranza? No, certo; la buona fama di Filippo Aldini era dunque tutta fondata sopra una vecchia testimonianza; la verità, nella mente disillusa del buon testimone, era tutt'altra, pur troppo. E non era un ingannar Margherita, presentandosi a lei puro d'ogni colpa, scevro d'ogni ombra di sospetto, sulla fede fatta per lui da Raimondo Zuliani? Filippo amava Margherita con tutte le potenze dell'anima sua; neppur egli sarebbe vissuto, perdendola; ma voleva ottenerla meritandola; meritandola almeno con la sua sincerità, con la sua lealtà. E questa, ahimè, come dimostrarla alla divina fanciulla?

[pg!252] Perciò avvenne ch'egli pensasse a lungo; ma finalmente la sua risoluzione fu fatta. Guardò l'orologio; era il tocco. Prese allora il suo cappello, infilò lestamente il suo pastrano, ed uscì, ma non senza aver serrato con tanto di chiavistello quell'uscio segreto nel fondo della casa, e giurato che pei pochi giorni in cui fosse rimasto ad abitarla, quell'uscio segreto non si sarebbe aperto ad anima viva. Fatta la sua risoluzione, si sentì più sollevato dell'animo; almeno quanto poteva esser tale nelle tristi circostanze di quell'aspra giornata. Andava di buon passo verso San Marco, e di là fino alla riva degli Schiavoni, giungendo in pochi minuti all'albergo Danieli, ove dimandò se il banchiere Cantelli, arrivato quella mattina a Venezia, fosse in casa, e visibile.