— Non è uscito ancora, signor conte; — gli dissero al camerino della direzione; — a mezzodì, faceva colazione.
— Avrà dunque finito; — osservò Filippo. — Abbiano la bontà di fargli giungere questo biglietto di visita. —
E consegnò il cartoncino, su cui a matita, sotto il suo nome e cognome, scrisse in aggiunta: “desidera vivamente di riverire il commendatore Anselmo Cantelli, e di ottenere da lui la grazia di un breve colloquio„.
— Breve! — soggiunse mentalmente, in quella che un servitorello minuscolo, in fantastica divisa militare tra il cacciatore e l'ussero, assaltando a quattro a quattro i gradini della scala, portava il biglietto alla sua destinazione. — Che ne so io? Ma egli capirà che vorrei parlargli da solo a solo. —
[pg!253] Due minuti dopo, scendeva il piccolo guerriero, più che saltando i gradini, scivolando a rovina sugli orli. E il conte Aldini, per non esser da meno, gli fece scivolare tra le dita una liretta d'argento, mentre il ragazzo gli diceva, colla precisione di linguaggio cerimonioso che è pregio dei grandi alberghi:
— Il signor commendatore Cantelli prega il signor conte Aldini di voler salire da lui. —
Bisognava dunque veder le signore! Ma infine, quella era la conseguenza più naturale del partito a cui si era appigliato. Filippo Aldini salì. Sul secondo pianerottolo, frattanto, si apriva un uscio, e ne veniva fuori un vecchio signore, colla manifesta intenzione di muovergli incontro.
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XVI.
Confessione generale.