— Dove andate?

— Alla stazione, incontro ad un amico di babbo;-entrò [pg!306] a dire Margherita. — Saremo di ritorno, ad ogni modo, per l'ora del pranzo. —

Uscirono, padre e figliuola, presero una gondola, e si fecero cullare sulle acque del Canal Grande, che a lume di tramonto erano bellissime. Ammirarono i bei palazzi, così degni di osservazione, nella diversità delle forme architettoniche e nella varietà degli stili. Di là dal ponte di Rialto, Margherita sporse il capo fuori del felze, e tese lo sguardo cercando il palazzo Orseolo, uno dei più graziosi di Venezia, notevole per la eleganza delle sue cornici, delle sue modanature, e più per le sue finestre ad arco acuto, dai terrazzini sporgenti, vagamente intessuti di pilastrini ornati a fogliami e di rosoni traforati, nello stile del Quattrocento.

— Povero signor Raimondo! — mormorò la fanciulla, quasi parlando a sè stessa. — Che vita, la sua! —

La gondola guizzò oltre, leggera leggera. Poco prima delle cinque erano già alla stazione. Ci avevano da aspettare un bel pezzo, e spesero il tempo passeggiando. Il signor Anselmo, che quel giorno era rimasto così lungamente seduto, non ebbe certo a dolersene. Margherita, per contro, aveva da infastidirsi non poco, vedendosi fatta argomento di tante ammirazioni d'una turba di peripatetici aspettanti.

Non è poi vero che a tutte le donne belle piaccia di essere ammirate, specie con troppa insistenza. Quelle che n'hanno fastidio pensano di sicuro che ad una dose più scarsa di ammirazione potrebbe accompagnarsi benissimo una dose più abbondante di reverenza, o di tatto.

Il treno delle cinque e quarantatrè arrivò miracolosamente [pg!307] puntuale. Margherita l'ebbe per un segno di buon augurio. Tra le poche persone che scendevano dalle vetture di prima classe, indovinò quella che aspettava, e le corse incontro, indovinata a sua volta: si ricambiarono i nomi, si presero per braccio, e si trassero in disparte sulla calata, discorrendo animatamente sottovoce. Parecchie cose dovevano essere state già dette per lettera; ora la signorina Cantelli aggiungeva utili ragguagli, o colmava lacune. La stazione si era già tutta vuotata di viaggiatori e di aspettanti, quando Margherita e la sua nuova compagnia si decisero ad uscire. Sul ponte si separarono; la persona misteriosa strinse la mano al signor Cantelli, presentato in quel punto; poi quella discese in una gondola; Margherita e suo padre nell'altra, che li aveva portati, e che doveva restituirli alla riva degli Schiavoni.

Giunsero all'albergo prima dell'ora di pranzo; alquanto sollevati di spiriti, come chi si conforta nella coscienza di aver fatto il debito suo; ma pensosi, come chi, arrivato al punto della prova, dubita istintivamente della bontà d'un suo ritrovato, ond'era poc'anzi ben certo. Son quelli i momenti che il facile incomincia a parervi difficile, e il difficile vi diventa impossibile. Ahimè, non son tutti sicuri, i meglio architettati disegni, come non son tutte rose nel giardino della vita; il qual giardino è troppo spesso una landa.

Per nascondere la sua ansietà, Margherita tirò accortamente i discorsi di tavola sulle compere fatte dalla mamma in quei giorni, pel corredo del suo Federigo; quel famoso corredo che doveva accordarsi nelle sue parti [pg!308] con tanti climi e temperature differenti sulla faccia del globo. La signora Eleonora aveva pensato a tutto; non la trovarono mai in fallo, nè mai la colsero alla sprovveduta. Così vigile è l'amor materno, che aguzza l'ingegno alle creature più tarde. Del resto, non era tarda d'ingegno, la signora Eleonora; solamente un po' dubitosa, non ben sicura di sè; piccolo difetto che non istarebbe male, in guisa di correttivo, agl'ingegni più pronti.

Una fissazione dell'ottima signora era questa, che le navi da guerra non dovessero prendere il largo altrimenti che a primavera, come le antiche galere. E per intanto vagheggiava l'idea che la corvetta non fosse pronta per la fine del gennaio. Ah, un altro mesetto di armamento! Si sarebbe potuto far assistere Federigo alle nozze di sua sorella.