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XIX.
Al palazzo Orseolo.
Raimondo non era ancora tornato a casa, quando fu annunziato alla signora Zuliani l'arrivo della sua inaspettatissima suocera. N'ebbe una scossa di nervi, un tuffo di sangue al cervello, un rimescolo per tutte le fibre. Ma bisognava striderci, e andarla a ricevere. Le due donne si guardarono a lungo, dopo il saluto strettamente necessario; non si baciarono, non si strinsero la mano.
La signora Adriana si presentava in sembiante di giudichessa. C'era tanta espressione di dolore in quella figura veneranda, che Livia ne fu sgomentita e umiliata. Ad un certo punto, essendo uscito il servitore, come soggiogata dallo sguardo severo della vecchia, si buttò ginocchioni, tentando di afferrarle la mano.
— Mamma! — gridò, con voce lagrimosa.
— Cessate! cessate! — disse la signora Adriana, ritraendosi. — Dov'è mio figlio?
— Sarà a casa per le sette. Ma non mi perdonerete voi?
— Non è mio ufficio, perdonare. Dio vede i cuori; Dio [pg!312] giudica le opere e le intenzioni; egli solo può perdonare; non io. —
Livia chinò la fronte, avvilita. Si sentiva mancare, già sfinita com'era da quei due giorni terribili. Il giorno innanzi, Raimondo era venuto a pranzo, ma preceduto da una lettera, che fissava i termini delle loro relazioni, pel breve tempo che sarebbero ancora durate. In presenza delle persone di servizio si era mostrato tranquillo, come se niente fosse accaduto fra loro; aveva discorso di cose vane; poi, subito dopo il caffè, si era ritirato nella sua libreria. Ella, di tanto in tanto origliando agli usci, lo aveva sentito scrivere, rovistar carte, scrivere ancora fino alle undici, e poco dopo andarsene a letto. Fortuna che non erano giorni di ricevimento serale per lei, da obbligarla a sforzi di volontà, di padronanza sull'animo suo, che certamente non avrebbe potuto durare. Spossata, rifinita, era andata a letto tardissimo, passando la notte in un dormiveglia doloroso, pieno di tristi visioni e di oscuri terrori.