Quel giorno, poi, a colazione, era stata la medesima scena. Egli, tranquillo al solito, non taciturno in presenza dei servi, aveva sparsamente condito il breve pasto con piccoli discorsi, e tutti di piccole cose. Aveva perfino toccato di affari, egli che in casa se n'era sempre astenuto; operazioni sbagliate del governo sulla rendita, conseguenti ribassi, fallimenti probabili, rallegrarono la conversazione domestica.
Ella era disfatta, quel giorno, quasi sformata nel viso; tanto che la cameriera, osservandola, non aveva potuto trattenersi dal dirle:
[pg!313] — Signora, si sente male? Vuole che mandiamo pel medico?
— Che! che! — aveva risposto. — Sono i miei soliti sconcerti nervosi. Frutti di stagione! Che cosa potrebbe dirmi di nuovo il dottore? Stasera, per dormire e rifarmi, prenderò il cloralio. —
La sua, frattanto, era una condizione intollerabile. Raimondo le aveva scritto, il giorno innanzi, di voler sciogliere la loro questione, presto, nel modo più netto e più degno, per la pace e per l'onore d'entrambi. Quale era il modo immaginato da Raimondo? Ah, lo sapeva ben lei! ed ora, capitava la suocera; non aspettata, non desiderabile, al certo, in quello stato d'angoscia. La signora Adriana, che a Venezia e nella casa del figliuolo era comparsa in sette anni tre volte, e da oltre un anno non si lasciava vedere, per qual cagione si presentava allora, senza neanche il pretesto di una occasione solenne? Chiamata da Raimondo, forse? Anzi senza il forse; non mostrava ella, appena arrivata, di saper tutto, o quasi? Ne faceva testimonianza manifesta la sua severità, che superava di tanto la freddezza consueta delle sue relazioni con la nuora; si aggiungevano a quella severità di contegno le sue parole così gravi, e lo sdegnoso rifiuto di ragionare con lei, di perdonarle, di ascoltarla almeno.
Venne Raimondo poco prima delle sette. E fu meravigliato, alla vista di sua madre; parve quasi sconcertato all'aspetto. Ma il sentimento figliale vinceva; si buttò nelle braccia della donna veneranda, reprimendo a tutta forza le lagrime. Non voleva piangere, no, non voleva dar saggio di commozione soverchia.
[pg!314] — Figlio mio! figlio mio; — gridava la vecchia signora, non saziandosi di baciarlo, di guardarlo negli occhi, e di baciarlo ancora.
— Eccolo qua; — rispondeva Raimondo sforzandosi di sorridere a quella effusione violenta di affetto materno. — Eccolo qua! Ma anche tu, mamma.... che bella improvvisata ci hai fatta, quest'oggi! —
E non proseguì, vedendo negli occhi e nelle labbra di sua madre che quel plurale non tornava gradito. La fiera nemica delle nozze di lui non aveva ancora disarmato, non si era ancora piegata a consigli più miti. Ahi, come presaga, sette anni addietro, dei danni che quelle nozze avrebbero apportato al suo figliuolo infelice!
Il pranzo riuscì freddo in tre, più che non fosse stato quello del giorno innanzi in due. La conversazione, ad onta degli sforzi evidenti di Raimondo, era impacciata e ad ogni tanto interrotta, segnatamente per la risoluzione della signora Adriana di non rivolger mai il discorso a sua nuora. Di ciò che venne in tavola, poi, la signora Adriana assaggiò a mala pena. Aveva fatto più che uno spuntino in viaggio, diceva lei, nella fermata di quasi un'ora a Treviso, dove il treno di Belluno aspettava il treno di Udine. Una scusa, certamente; e il fatto era questo, che la vecchia signora non aveva volontà di mangiare.