— Giovanni, — gli disse, cedendo ad una subita ispirazione, — il padrone è su con sua madre. Ragionano d'interessi. Nessuno vada lassù a disturbarli; e molto meno donne, avete capito?

— Non dubiti, signora; — rispose il colosso. — Mi pianto qui, e non passerà anima viva. —

Livia andò allora nella sua camera. Vi rimase a mala pena tre minuti; poi ricomparve sul pianerottolo, più agitata che mai. Giovanni era là, ritto impalato al suo posto di sentinella.

— Giovanni, — gli disse la signora, — portate su questa lettera al padrone. È una risposta, che aspetta. —

Il servo prese la lettera ed obbedì al comando della padrona, facendo col peso del suo corpo d'atleta un gran [pg!320] rumore su per la scala. Non voleva sentire, il brav'uomo; perciò voleva esser sentito.

Infatti, al rumore de' suoi passi, Raimondo interruppe il suo doloroso colloquio colla mamma; schiuse l'uscio Iella camera ed apparve nel corridoio.

— Che c'è? — domandò egli, vedendo Giovanni, che per allora, ahimè, non poteva chiamare “Paron Nane„.

— La signora.... — disse il buon servitore, — manda questa lettera. È la risposta che Vossignoria aspetta, mi ha detto. —

Raimondo lì per lì non comprese che cosa dovesse egli aspettare. Ma tolse dalle mani del servitore la lettera, lo rimandò ai fatti suoi, e rientrò nella camera di sua madre. Colà giunto strappò la busta, lesse in un batter l'occhio (così breve era il messaggio di Livia!), gittò un grido, e il foglio gli cadde di mano.

Lo raccolse la signora Adriana, e lesse a sua volta;