Il parapetto parlava chiaro: diceva nella sua medesima assenza come fosse andata la cosa. E il signor questore, rinnovate le sue condoglianze, si accomiatò dal signor Zuliani, esortandolo ad esser forte, a sperare.

Prima di seguitare il dottore, che già si era mosso per ritornare presso l'inferma, Raimondo andò verso il suo servitore che stava chiudendo le imposte della finestra malaugurata.

— Che è ciò? — gli chiese, accennando il terrazzino. —

Giovanni diede anzitutto una guardata sospettosa intorno, poi ammiccò al padrone, mostrandogli le sue braccia nerborute, e facendo l'atto di scrollare davanti a sè qualche cosa.

— La gente non avrà da malignare; — disse egli poscia, a mo' di commento.

Il signor Zuliani capì, e gli strinse la mano. In tutt'altra occasione gli avrebbe battuta la palma sulla spalla chiamandolo “Paron Nane„. Ma non era quello il momento.

Capitò in quel mezzo il signor Brizzi, ed ebbe, insieme con le altre, la notizia del parapetto caduto. Ci credette [pg!327] egli, che sapeva già tante cose di quelle due tristi giornate? Sì e no; ma pensando da uomo accorto che non fosse savio nè utile scandagliare il fondo delle cose.

Egli, prima di accorrere presso il suo principale, aveva avvertiti i signori Cantelli, che gli erano più vicini, e che certamente, trattandosi d'una sventura come quella, così grave per il signor Zuliani, non dovevano essere lasciati in disparte.

Quando il signor Anselmo e Margherita giunsero al palazzo Orseolo, i due dottori erano ancora presso l'inferma; sicuri oramai che la commozione cerebrale si dovesse escludere; non altrettanto sicuri quanto alla commozione viscerale. E l'uno e l'altro, ad ogni modo, avrebbero passata la notte in casa Zuliani.

Raimondo vide i due ultimi visitatori, a lui tanto cari. Gittò le braccia al collo del signor Anselmo e diede in un pianto dirotto.