— Perchè Lei, generoso, non glielo avrebbe permesso.

— Vero; — concesse Raimondo. — Ma si sarebbe egli arreso?

— Sicuramente; e per due ragioni. Guardi come son ricca, al suo paragone! — replicò Margherita, ridendo. — La prima è questa, ch'egli si sarebbe arreso.... per me. La seconda è quest'altra, che egli sentiva di esserle schiavo e non avrebbe potuto ricusarsi alla sua volontà. Le paiono convincenti? Credo di sì. Vuole assicurarsi che son sue, e non mie? Lo mandi a chiamare; io tacerò ed Ella le udrà ripetere punto per punto da lui.

— No, no, non occorre; debbo credere a Lei; — rispose Raimondo. — E faccia ognuno la sua strada; — soggiunse, precorrendo colla difesa un altro assalto, di cui sentiva già la minaccia in aria; — e gli dica, quando lo vedrà.... che gli ho perdonato. —

Ma la vita di Raimondo Zuliani, rinnovata per l'amore, era finita per le consuetudini antiche.

Risanata la sua Livia, il signor Zuliani rimase a Venezia [pg!331] un mese ancora; il tempo necessario per fare con lei qualche apparizione agli usati ritrovi, seccandosi alle condoglianze, seccandosi alle congratulazioni, non vedendo l'ora di sottrarsi alle une ed alle altre. Non meno di lui n'era seccata la signora; ma forse, per quelle medesime ragioni di prudenza che avevano mosso Raimondo in tutto il corso di quel dramma domestico, non poteva dispiacerle troppo di farsi vedere alla gente, rifiorita di salute e di bellezza, lieta e sorridente, tra un marito sempre devoto ed una suocera apertamente amorevole. Per quelle stesse ragioni fece buon viso alla contessa Galier, troppo tenera amica, che omai vedeva volentieri come il fumo negli occhi; e senza uno sforzo così grande che per verità non era il caso, trattandosi di gentili cavalieri, accolse per due o tre mercoledì alla fila i Lunardi, i Gregoretti, i Ruggeri, i Telemachi, i maestri di musica, tutta la sua piccola corte, a cui fece perfino la grazia di mostrarsi una sera a teatro tutta sfavillante di gioia e di gioie, con quel suo diadema della farfalla adamantina che sfuggiva alle fauci del serpe insidioso, tutto smeraldi, crisòliti e rubini.

Pochi giorni dopo quella comparsa trionfale, la bella signora Zuliani spariva. Moglie e marito partivano da Venezia, per fare un viaggetto a Parigi, a Londra, e fors'anco altrove, se non si fossero seccati. Ma non si erano seccati di certo, perchè il viaggetto durò mesi parecchi, e le garrule Procuratie ebbero tempo a dimenticarsi dei due viaggiatori. I quali posarono finalmente, ma per istabilirsi lontano, chi disse in Isvizzera, chi sul lago di Como, chi in Liguria, chi perfino a Madera, e [pg!332] naturalmente per consiglio dei medici; savio consiglio, giustificato abbastanza da una complessione troppo delicata, e dalla scossa troppo violenta di un caso disgraziato, che tutti dovevano ricordar per un pezzo.

Caso disgraziato, davvero, e non effetto di un disperato proposito. Così fu creduto da tutti, poichè con la sua stessa rovina parlava il parapetto di un terrazzino sul Canal Grande. Una trovata veramente felice era stata quella di “Paron Nane„. Ed era stata anche una buona azione; perciò rimase ignorata. Se si fosse risaputa, di sicuro gli archeologi l'avrebbero dichiarata cattiva. Che si canzona? Mandare in pezzi quel gentil parapetto dai tre pilastrini istoriati, dai due rosoni traforati con tanta maestria di scalpello elegante! Quel terrazzino era un capolavoro di scultura quattrocentesca, innestato sopra un'architettura di tre secoli più antica. Per verità, restavano ancora i suoi gemelli delle altre finestre; e non sarebbero mancati, alla più trista, i suoi somiglianti sulla facciata di un altro edifizio, che era il palazzo Contarini Fasan, manifestamente adornato dall'ingegno di un medesimo artefice. Ma non era quella una buona ragione per consolarsi della rovina di quel prezioso cimelio. Casca oggi, casca domani, il bello, il vero bello, che è solamente l'antico, se ne va a pezzettini, e ci siam visti.

Un'altra rovina, mezza, se non intiera, fu quella del banco Zuliani, che, per l'assenza prolungata del suo titolare, fu costretto a restringere di molto la cerchia delle sue operazioni.

Era rimasto alle mani dell'ottimo signor Brizzi; finalmente prese nome da lui, e vive ancora di vita modesta [pg!333] ma sicura, se non gloriosa, non abbandonato del tutto dai capitali del signor Raimondo Zuliani, nè dalla benevolenza del banco Cantelli.