Esistessero o no i due amici di Verona, erano stati annunziati come ospiti di pochi giorni, non potendo essi restare a Venezia oltre il termine di una breve licenza. Dovettero dunque ripartire, e il conte Aldini si ritrovò quello di prima, libero del suo tempo, e padronissimo di ritornare alle sue consuetudini. Ma non senza aver fatto ancora quella passeggiata artistica, ch'egli stesso doveva immaginare e proporre. Ed era stata proprio una passeggiata all'aperto, per vedere qua e là tante di quelle piccole cose, che i viaggiatori non trovano indicate nelle guide, e che sfuggono perciò alla loro ammirazione forzata: per esempio quelle scale scoperte nei cortili di parecchie abitazioni private, come nel palazzo Soranzo in campo San Polo, nel palazzo Sanudo a Santa Maria dei Miracoli, nella casa abitata da Carlo Goldoni a San Tomà, e originale su tutte la scala dei Bembo alla Celestia in calle Magno. E non dimentichiamo, poichè piacque singolarmente a Margherita, il bel motivo architettonico [pg!102] foggiato ad arco trionfale su d'un calle angusto, in capo al ponte del Paradiso, presso Santa Maria Formosa.

Il ponte, per verità, era piuttosto un voltino di gora, accavalciato sopra un rio non più largo di cinque passi; l'arco trionfale si riduceva ad uno stipite, poggiato su due pietre sporgenti dagli angoli di due case, onde l'entrata del calle si restringeva alle forme di un uscio. Ma su quello stipite si girava un lunetto ad arco acuto, con entro una Madonna rozzamente scolpita, mantellata e coronata, in atto di far grazia a due divoti personaggi, forse due santi, inginocchiati intorno a lei; ma su quel lunetto si alzava, andando su su, una cuspide di marmo, elegantissima, incorniciata di fregi di leggiadra fattura, chiudente nel suo mezzo un disco egualmente fregiato, e nel disco un'apertura quadrilobata, che a Margherita parve il trifoglio di quattro foglie, tanto ricercato dalle fanciulle nei prati autunnali, come certo promettitore di desiderate fortune. Suprema eleganza di linee, grazia veramente divina di forme! E accanto alla costruzione fantastica, sul lembo d'una casa contigua, una finestrina lunga lunga, fiancheggiata da svelte colonne, reggenti un cappello di pietra ad arco acuto, ma acuto a modo suo, tondeggiante sui fianchi, assottigliato nel vertice, come un asso di picche, alla maniera degli Arabi. Che eleganza, che grazia, anche lì! E come era bello, in luoghi così umili, così poco osservati, quasi schivi di attirare la curiosità del viandante, imbattersi in quelle piccole maraviglie, vera fioritura dell'arte d'un popolo che apre gli occhi alla vita dello spirito, e pensa, indaga e crea, nella giovinezza esuberante della sua immaginazione!

[pg!103] Cose piccole, cose piccole, spesso da anteporsi alle grandi! Ed anche nelle grandi, dopo averle contemplate nella loro maestà, sono da osservare più attentamente le piccole. Quante ce n'erano, di queste, che Margherita non aveva nemmeno guardate, nei capitelli svariati delle colonne sorreggenti la facciata del palazzo Ducale, nelle finestre di San Marco, nelle absidi esterne dei Servi e dei Frari, nei balconi della Ca d'Oro o del palazzo Cavalli, tutte eleganze fiorite in cui per l'appunto è dato di cogliere la prima impronta di un nuovo stile nell'arte! In quella serie d'osservazioni, minute e non faticose, Margherita vide nascere il sesto acuto in Venezia e svolgersi con ispontaneità tutta italiana un modo di architettura che gli Arabi avevano elaborato, mescolando elementi bisantini e persiani. Quell'arte era venuta dall'emporio prediletto dei Veneziani intorno al Mille; venuta dall'Egitto, come le istesse reliquie del benedetto san Marco. E la signorina Cantelli fu piacevolmente maravigliata di saper tante cose nuove ad un tratto, guardando, paragonando, ascoltando; maravigliata ancora di conoscere, contro l'asserzione di tutte le guide, che le due fronti del palazzo dei Dogi, verso la piazzetta e verso la Laguna, non erano opera di Filippo Calendario, il famoso architetto e scultore, involto nella congiura del doge Marin Faliero, e perciò giustiziato nel 1354, settant'anni prima che il Senato deliberasse di atterrare le due fronti della fabbrica antica, edificata da Pietro Orseolo nel principio del dodicesimo secolo.

Infine, la cara Margherita imparava in breve ora tante belle cose, che accrescevano maravigliosamente la sua [pg!104] stima per Filippo Aldini; e beveva frattanto a stilla a stilla, assaporandolo, il più dolce tra tutti i veleni. Aveva ella dunque trovato l'uomo ideale, il primo e l'unico, per cui non avrebbe detto di no? Un po' triste di umore, veramente; spesso pensieroso, e qualche volta, richiamato da qualche domanda, aveva l'aria di cascar dalle nuvole. Ma queste erano inezie, e non guastavano affatto.

Egli era poi così intento a lei, così pieno di riguardi per la mamma! E certo, per esser tanto malinconico, il signor Filippo aveva le sue buone ragioni; lei ricca, e fors'anco creduta più ricca del vero; egli non tanto, da poter aspirare a lei. Margherita aveva ben capito, da certi discorsi, che il conte Aldini aveva appena del suo tanto per vivere signorilmente da scapolo. E ciò bastava, se era invaghito di lei, per giustificare tutte le malinconie, tutte le tristezze ch'ella veniva osservando. Oh, ma ci avrebbe pensato lei; ne aveva il diritto, ne aveva l'obbligo, oramai. Non gli si leggeva il suo pensiero da più giorni negli occhi? E infine, ad un digne da lei proferito a fior di labbro, non aveva egli con un filo di voce, ma con accento di vera passione, risposto in æternum?

Finita la sosta degli amici di Verona, il conte Aldini aveva dunque ripigliate le sue consuetudini, e per conseguenza la serie delle sue visite ai vecchi amici di Venezia. Ai signori Zuliani, per esempio; ma a questi per la prima volta in palco, al teatro della Fenice. Naturalmente c'era da godersi la sfilata del cavalier Lunardi, del signor Telemaco, del signor Ruggeri, del signor Gregoretti, del maestro di musica; obbligato in chiave, quest'ultimo, poichè si trattava di musica, per l'appunto. E [pg!105] più obbligata ancora la contessa Galier di San Polo, che la signora Livia voleva aver sempre ai fianchi, dando ai maligni buon argomento a rinfrescare il paragone della luce e dell'ombra, con la debita chiosa dell'ombra che serve stupendamente per dare maggior risalto alla luce. Ma dopo tutto, quell'ombra sempre attaccata ai panni della luminosa Zuliani, era una signora vera ed autentica, non ricca, ma d'una nobiltà anteriore alla “Serrata del Gran Consiglio„, e faceva buon effetto nel quadro, intonandolo: allegra, poi, salda alla celia, chiacchierina a quel dio, era fatta a posta per tener viva la conversazione, colmandone le lacune, smorzandone le asprezze.

Filippo Aldini, entrato nel palco per riverire la signora Livia, pensò che la Galier non avrebbe tralasciato di parlargli dell'incontro di tre giorni prima in capo alla contrada di Merceria. Ma c'erano altri discorsi avviati, e la contessa non ebbe occasione di venire sul tema; fors'anche le era passato di mente. Le cose andavano; erano tutti di buon umore, quella sera, nel palco Zuliani, perfino la signora del luogo; e quando l'Aldini prese congedo, un altro giorno era felicemente sbarcato.

Ma bisognava anche fare una visita in casa; ed egli ci andò la sera appresso, dopo l'ora del pranzo, come soleva, quando non c'era teatro. Raimondo lo accolse a braccia aperte; la signora Livia, per contro, non era di buon umore; parole poche, e muso lungo un palmo. Raimondo fortunatamente parlava per due e rideva per quattro. Aveva ragione di essere allegro; la mesata prometteva bene; la condizione delle borse era eccellente in tutto il mondo civile; nessuna nube appariva sull'orizzonte [pg!106] europeo. Di qui, prendendo le mosse, Raimondo scivolò presto nella politica, che era il suo forte, o il suo debole, e passò in rassegna tutti gli stati, continentali o insulari che fossero, dell'orbe terracqueo. Filippo ascoltava, approvava, e secondava il ragionamento dell'amico, mettendo qualche parola nei luoghi opportuni, perchè l'altro avesse gusto a continuare. E non faceva niente di nuovo, poichè, discorrendo coll'amico Zuliani, era sempre stato suo costume accomodarsi alle battute. Ma quella eterna politica doveva annoiare maledettamente la signora, che più d'una volta si alzò dal suo canapé, andando or di qua or di là per la casa a dar ordini, a prender libri, o giornali di mode, che distrattamente sfogliava.

— Non badare, sai, all'umore di mia moglie; — bisbigliò Raimondo all'amico, appena ebbe il modo di dirgliene. — Tu la conosci. È un angelo; ma quando ci ha i suoi nervi, poveretta, bisogna compatirla. Giornate di scirocco, dice lei; il medico mi dà una zuppa di parole greche da accapponare la pelle; ma poi, se Dio vuole, conchiude che son cose da nulla. —

Filippo Aldini conosceva benissimo la signora Zuliani; non c'era bisogno di dirgliene altro, nè di scusarla con lui. Ma fu molto felice quando venne l'ora di andarsene. Raimondo, sempre ilare e verboso, lo accompagnò fino in anticamera.