— Raimondo è banchiere; — diss'egli. — Come banchiere gradirà le cambiali a due firme. Ma non qui certamente; e il mio avallo varrebbe poco, anzi diciamo pure che guasterebbe, dove ella ha parlato così bene. Io so per mio conto che Raimondo Zuliani è la perla degli amici.

— Ah, ne conviene? — gridò la signora con accento di viva esaltazione, mentre gli occhi le si accendevano d'un lampo subitaneo.

Filippo si era già pentito della sua giunta. Gli passò per la mente che da quelle sue parole si prendesse occasione ad entrargli del suo matrimonio, che era ancor di là, molto di là da venire. Ma non se ne fece nulla; il lampo subitaneo degli occhi si spense, l'accento si rifece pacato, ed anche Raimondo si era fatto sollecito a cangiare argomento. Ne uscì dunque colla paura; e frattanto uno squillo del campanello in anticamera annunziava visite. Entravano pochi istanti dopo in salotto il cavaliere Lunardi e il maestro di musica. Oh bravi! Filippo Aldini li avrebbe di gran cuore abbracciati.

Anche la signora Livia fu molto contenta di quei due arrivi. E come no? Erano due gentiluomini della sua corte, e si dimostravano singolarmente fedeli; erano anche i più utili, l'uno per tener viva la conversazione, l'altro per variarla con un pochino di musica.

— Abbiamo pensato che era mercoledì, e che Ella non andava a teatro; — disse il cavaliere Lunardi, stringendo [pg!161] devotamente la mano che Livia gli stendeva con gesto regale.

— Usanza vecchia; — rispose ella. — Bisognerà cambiarla.

— Perchè?

— Per far novità, non le pare? Il mondo cammina; non possiamo star fermi noi, che ci dobbiamo viver dentro.

— Oh, signora, non si dia pensiero del mondo. Quando avrà ben camminato, si stancherà. Noi facciamo intanto il comodo nostro. Ed ella, per carità, non ci levi la nostra buona serata.

— Ella è sempre gentile, signor cavaliere. Ma io non la leverò di qui, se non per vederla ancora a teatro. —