— Come l'amore, se mai; — rispose a mezza voce Raimondo.
Frattanto la signora aveva riaperta la busta di velluto azzurro, che era rimasta davanti a lei sulla tavola, e la faceva ammirare al cavaliere Lunardi.
— Eh, lo pensavo ben io! — gridò il cavaliere, dopo aver guardato per tutti i versi il gioiello. — Ci avrei giocata la testa. Da due giorni c'era folla, alle vetrine del Marchesi; ma nessuno s'era arrischiato dentro. E poi, quando fu sparito dalla mostra, lo avrebbero tutti voluto, il capolavoro costoso. Dico tutti per iperbole; saranno poi stati tre. Mariti? non so. Bene è stato un marito, quello che ha portata la palma; il record, come ora [pg!165] si dice. Ed ecco, — conchiuse allegro il cavaliere Lunardi, — ecco i mariti con cui si possono far dei duetti.
— Ne conviene, eh? — disse Livia, raggiante.
— Ma sì, nel caso presente che è il caso vero, e forse unico. Ma in quell'altro, del Nubiano, Dio guardi! E poi, con quella brutta fine!
— Ammetta che amava bene, quell'uomo.
— Da pazzo, sì, che ancora potrebbe andare; da cieco, che non va più in nessun modo.
— Eppure, mi lasci dire, — notò la signora, — nel caso di Otello aveva torto Desdemona. Ma sì, cavaliere, aveva torto, con quella sua eterna compassione per Cassio. Compassione pei negri, compassione pei bianchi; era un pozzo inesauribile di compassione, quella nostra concittadina.
— Consoliamoci, — soggiunse il cavaliere Lunardi, — consoliamoci pensando che Desdemona non è mai esistita, e che a nessuna delle nostre belle Veneziane è mai passato per il capo, da che Venezia esiste, di sposare un Negro.
— Ah, non è storico, il fatto?