— Non credo. Del resto chiediamone all'amico Aldini. Che cosa puoi dircene tu, Filippo?
— Quello che ne saprai tu pure; — rispose Filippo. — Il fatto vero è brevemente questo. Cristoforo Moro, veneziano, e governatore a Cipro nel 1508, uccide la moglie per gelosia. Trent'anni dopo, o giù di lì, un romanziere prende il fatto nudo e bruco dalla cronaca veneziana, e ne fa una novella. Un po' per riguardo alla casata patrizia dei Moro, un po' per seguitare il suo uso, [pg!166] che era quello di travisare i fatti d'ogni storia, e sacra e profana, per far mostra di genio inventivo, trasforma il Moro di casato in un Moro di nazione, e lo fa di pelle anche più nero che non siano mai stati i Mori. Ecco tutto. Su quella novella del Giraldi ha lavorato lo Shakespeare. Sul dramma dello Shakespeare hanno fatto musica, da quei due grandi artisti che sono, il Rossini ed il Verdi. Ho abbreviato per non dar noia, ma credo di non aver dimenticato nulla; — conchiuse modestamente l'Aldini.
Aveva infatti abbreviato molto; e forse c'era da dirne più a lungo, specie in onore di quel povero Giraldi, la cui novella era stata ormata periodo per periodo, quasi parola per parola, dal grande tragico inglese. Quando i salotti si occupano d'arte, prendendo occasione da un'opera moderna, è ben giusto che sopportino anche un richiamo erudito alle fonti. Ma l'argomento dava noia all'Aldini. Che idea stramba era venuta in mente al cavaliere Lunardi, con la sua arguzia sul caso di Otello, e, peggio ancora, sulle massime di Petronio Arbitro! Del resto è sempre così, nei salotti; quando vien fuori un tema antipatico, non c'è caso che nessuno se ne voglia staccare; ed è proprio come quando siete afflitto da un fignolo, o da altra noia consimile, che tutti sentono il bisogno di farvi carezze, e ci dànno allegramente del dito.
L'Aldini non aveva ancora finito il suo discorsetto erudito, che già la signora Livia si era dileguata con la sua busta di velluto azzurro tra mani. Raimondo aveva creduto lì per lì che fosse andata a riporre il suo gioiello; e non fu poca la sua maraviglia, quando la vide [pg!167] ritornare col diadema in fronte. Proprio così; la bella donna aveva voluto fare, a benefizio di pochi eletti, la prova generale della sua rappresentazione a teatro.
— Serata di gala! — diss'ella, avanzandosi con incesso di dea in mezzo al salotto, maestosa, trionfante, sotto quel luccichìo di gemme, con quel pennacchio di piccoli brillanti, che tremolavano ad ogni suo passo, mandando attorno bagliori di fiamme azzurrine e rossiccie.
Il cavaliere Lunardi gettò un grido di ammirazione.
— Questo divino spettacolo è per noi, solamente per noi; — soggiunse egli tosto. — Tutti possono invidiarcelo; nessuno ce lo leva più. —
Raimondo gongolava. La sua Livia non poteva fargli davvero un regalo più prezioso del comparire innanzi agli amici col suo bel diadema in capo, che la faceva rassomigliare ad una regina antica, della leggenda o della storia, ad Elena, per esempio, a Cleopatra; a questa, soprattutto, che parve creata a bella posta per dar risalto ai più costosi ornamenti.
Un pensiero di quella fatta balenò certamente alla fantasia del cavaliere Lunardi.
— Chi oserebbe negare, — diss'egli, — che le pietre preziose siano state fatte per accompagnar la bellezza? Tutto, in natura, ci si mostra ordinato ad un fine. Lo smeraldo, lo zaffiro, il diamante, sono fatti per le donne belle; se così non fosse, a che servirebbero? —