Filippo Aldini se ne andò quella sera abbastanza consolato dal palazzo Orseolo. Si era festeggiato un santo matrimonio, e non si era fatto il menomo cenno del suo. Un altro giorno guadagnato, frattanto; ed egli giunse a casa sua, oltre il corso Vittorio Emanuele, colla illusione di non esser più lui, ma un altro essere, sciolto di pensieri, di cure, di malinconie d'ogni specie, padrone di sè, padrone del mondo.
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XI.
La testa di Medusa.
Filippo Aldini ebbe modo, nella pace notturna del suo quartierino, di almanaccar lungamente su quello che per calmarne le apprensioni gli aveva detto Raimondo. Margherita era dunque ammalata per il caldo soverchio di una stufa? Strano ripensandoci allora, strano che quel gran caldo, magari con tutte le esalazioni capaci di ingombrare il cervello, egli non lo avesse neanche avvertito! E proprio, nello spazio di tempo assegnato, ad una visita di cerimonia, ne era rimasta offesa la signora Zuliani che aveva dovuto in giornata mettersi a letto anche lei! Bizzarra coincidenza di indisposizioni! E quella ottima signora Eleonora così impacciata con lui, quando era andato a far visita!
Un vago sospetto passò per la mente di Filippo. Che la Zuliani avesse fatto qualche colpo di testa con le signore Cantelli? Ma in che modo? e perchè? La signora Zuliani, egli l'aveva ben veduta la sera antecedente, guarita affatto della sua emicrania, tutta gaia, felice, [pg!171] raggiante e scintillante, tutta fiori e baccelli col suo Raimondo più caro che mai. Ah, restasse ella sempre così! Anzi, fosse restata sempre così! Perchè infine, considerando i suoi falli, Filippo Aldini poteva confessare a sè stesso che erano gravi, ma non suoi. Si era trovato involto senza pensarci, travolto nell'abisso, prima di vedere il pericolo. Ne scampava ora, dopo tanti vani ma onesti tentativi? Lode al cielo, e dal profondo dell'anima. Solo dalla sera antecedente, tra diademi sfavillanti e duetti maritali, il povero Aldini incominciava a ricogliere il fiato.
E intanto, gli premeva di aver notizie più chiare intorno alla salute di Margherita. Ne sentiva il bisogno, insieme con l'obbligo; cortesia voleva ch'egli andasse, per chieder di lei, foss'anche ogni giorno, al Danieli. Andando di mattina, e perciò senza mostrar desiderio di fermarsi, non correva pericolo di dar noia, oltre quella che è comandata dalle buone creanze, e che perciò gli uni debbono dare, come gli altri accettare. A che ora, la visita? Non troppo presto, certamente; ma neanche troppo tardi. Alle dieci? Sì, e forse alcuni minuti dopo. Dunque, alle dieci sarebbe partito da casa, aspettando per l'appunto nel suo studio che le dieci scoccassero. Era già vestito di tutto punto per uscire, col cappello e la mazza tra mani, ad ogni tanto guardando le lancette dell'orologio sospeso alla parete, davanti alla sua scrivania.
Ma ecco, che è, che non è, un improvviso rumore, come di chiave che giri in una serratura, di là da un uscio a vetri opachi, nel fondo della parete a sinistra. Il quartierino [pg!172] di Filippo aveva due ingressi; il nobile e da tutti conosciuto come quello di casa sua, e un altro di minor conto, quasi uscio per la gente di servizio, che metteva ad una scaletta, la quale riusciva al cortile di un vicino edifizio. Da quel cortile, per una scala a collo, cioè fiancheggiata per una parte sola da un muro, per l'altra da una balaustrata interrotta qua e là da colonne, e tutta sormontata da una tettoia risalente, si ascendeva all'abitazione della contessa Galier di San Polo. Si è già detto che la contessa e l'Aldini erano vicini di casa, abitando in due palazzi contigui da tergo.
Lo scricchiolio dell'uscio segreto fece sobbalzare Filippo Aldini sulla scranna. Tutto poteva egli aspettarsi quel giorno, fuorchè la visita che quel rumore annunziava. Avrebbe voluto essere in tempo a sbiettare di là, riuscire in anticamera e trafugarsi per lo scalone, come uno che non s'aspettasse di aver gente dalla scaletta. Ma non era più in tempo. L'uscio di servizio, per chiamarlo una volta così, appena aperto si era richiuso; si apriva in quella vece la vetrata che metteva allo studio dell'Aldini, e nel vano appariva la testa di Medusa, anzi tutta la persona di lei. Che se quella non era proprio la Gòrgone antica, dai bei capelli d'oro tramutati per l'ira di Minerva in orribili serpenti, pareva essere ancora investita del triste privilegio di tramutare in pietra chiunque si fosse trovato sotto il sinistro baleno de' suoi occhi scorrucciati.
Ed era rimasto come impietrato, l'Aldini, in quella che Medusa s'inoltrava nella stanza, lenta nel passo e quasi noncurante in vista, ma torbido lo sguardo e pieno di [pg!173] oscure minaccie, bianca nel viso come una persona morta, resa tanto più bianca all'aspetto, per il nero della gonna e della mantellina, come per il nero del cappellino di velluto e dei larghi nastri, che scendevano lungo le guance, per unirsi a cappio sotto il mento, nascondendole il collo.