Le vide Livia; anche confusamente, non poteva non vederle. Ma anche in lei soverchiava lo sdegno, infiammandole il sangue.

[pg!180] — Ricacciatele, dunque! — proruppe. — Avanti, terribil guerriero!

— Parla una donna; — rispose Filippo, con accento mutato; — e dirò in quella vece alla donna: Tutte le male cose che mi avete gettate in viso, ho voluto pensarle ancor io; e come le ho pensate, esagerandole molto, le ho dette; le ho dette, nella speranza di vincere con un eccesso di scrupoli la inconcepibile ostinazione di lui. Niente è servito. Tu non sei ricco, mi ha egli risposto; ma intanto ciò che possiedi basta a fronteggiare i due terzi della dote; meglio invigilato, amministrato a dovere da te, basterebbe a fronteggiarla tutta. Quella gran dote, finalmente, sarà investita in terreni, e tu non ne toccherai un centesimo. Non ti basta ancora, di averne le mani nette? Puoi chiedere che sia diminuita, lasciando che la sposa si costituisca il rimanente in sopraddote. Mi parli di quello che verrà poi? Il poi è lontano, e speriamo, da galantuomini, che sia lontanissimo. E non risguarda te, il poi; sarà della donna, non tuo. Questo, — soggiunse Filippo, — lo sapevo bene ancor io; non sapevo, piuttosto, non ho cercato di sapere come e fin dove fosse ricco il signor Cantelli, od altri al mondo, mai!

— Così, dunque, ti sei volentieri acquietato? — replicò la signora. — Ci s'acquieta bene, quando c'è l'interesse, non è vero?

— Non vi risponderò più; — disse Filippo.

— Ah, il gentiluomo s'inalbera! Bada, conte Aldini, mercante di blasoni, ciò che io posso fare ti costerebbe assai caro. Ancora una volta, ricuserai la puppattola?

[pg!181] — No; — rispose egli inflessibile.

— Guai a te, conte Aldini! — ruggì, più che non dicesse, la donna inviperita. — T'inganni, se pensi ch'io possa lasciarla passare così; t'inganni, t'inganni.

— E non lo penserò; — diss'egli di rimando. — Ma infine, perchè non metterlo prima, il vostro gran veto? Aspettate ora? —

Ella rizzò il capo, saettando Filippo d'uno sguardo viperino.