—Domine!—gridò ella, inarcando le ciglia. Che cos'è stato? Perchè —avete lasciata la bottega?
—La bottega è la bottega e la casa è la casa; sentenziò mastro
—Zanobi.—Dov'è la Ghita?
—È di là, che lavora. Ma si può sapere che cosa abbiate, Zanobi!
—Crezia, voi saprete ogni cosa a suo tempo. Venga la Ghita; ho bisogno di parlarle.—
Venne la Ghita. Una bella ragazza, a non guardare che la testa; capegli neri come l'ebano, occhi neri e pieni d'espressione; nobili e delicati i lineamenti, bianca la carnagione, e soave il sorriso, che prendeva lume in giusta misura dalla bontà dell'animo e dalla bellezza della bocca. Peccato che il collo non fosse lungo abbastanza, ma in fine, era un collo bianco e tondeggiante, indizio di forte e serena maternità. La vita era un po' tozza, ma seguitava anch'essa il carattere e l'espressione del collo, quasi preparando l'occhio a quella andatura impacciata, che in parte lasciava indovinare e in parte nascondere il difetto già noto ai lettori. Un difetto da nulla, in verità, quello che aveva meritato a monna Ghita il soprannome di zoppina, e si poteva dimenticarlo, quando essa non si muoveva; condonarlo, e trovarci anzi una certa grazia, quando ella si faceva innanzi, con quella sua andatura di persona stanca e svogliata.
—Ghita,—incominciò gravemente mastro Zanobi,—dimmi la verità.
Conosci tu un giovane, qui presso, che ti fa…. mi capisci?
—Babbo, io non capisco;—rispose la Ghita.
—Vo' dire che ti fa l'occhiolino. Capisci ora?—
La Ghita si fece rossa come una fravola montanina.
—Padre mio…—balbettò ella, più confusa che mai.