—Sicchè,—disse finalmente mastro Zanobi, conchiudendo ad alta voce un suo ragionamento mentale,—non sarà neanche il caso di chiedervi se siete contente? Meglio così. Io, tanto e tanto, avrei risposto di si, anche senza il vostro consenso. Vi ho interrogate perchè la cosa mi pareva strana, e ancora adesso non so capacitarmi in che modo sia nato questo innamoramento del pittore.
—Oh, non stiate a credere che noi si sia fatto un passo per andargli incontro;—rispose prontamente monna Crezia.—Si vedevano qualche volta i due giovani sulla terrazza degli Ammannati, nella casa qui presso dove sono venuti da qualche mese ad abitare. Uno di essi ci restava a lungo seduto, guardando in Arno, come se aspettasse una barca, che non veniva mai. L'ho capito un po' tardi, che barca aspettasse! Ma come indovinarlo subito, Dio buono, se non guardava mai in alto, salvo una volta in principio, per salutarci, come s'usa tra buoni vicini? Bisogna proprio dire che ci abbia gli occhi sulla fronte, alla guisa delle chiocciole!
—Abbreviate, Crezia!—disse mastro Zanobi. Quando incominciate a —parlar voi, benedetta donna!
—Oh, vi contento subito. Un giorno, sarà forse due settimane fa, è venuta da noi monna Tessa, la cognata di vostro fratello, povero Meo, che Iddio abbia in gloria l'anima sua, e m'ha detto che nel Borgo si faceva un gran parlare d'una tavola esposta in Santa Lucia de' Bardi.—Che importa a me di quella tavola?—Può importarvi perchè la faccia della Santa è il ritratto puro e pretto della vostra figliuola.—Che volete, Zanobi? La curiosità ci ha prese e siamo andate a vedere anche noi questa Santa Lucia. Monna Tessa aveva ragione; la Santa somigliava alla Ghita come… come… aiutatemi a dire!
—Abbreviate, Crezia, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.
—Che uomo impaziente siete voi! Ci avete sempre vent'anni. Basta, sappiate che, dopo la faccenda del ritratto, monna Tessa, che conosce i due pittori, è venuta a dirmi dell'altro. I pittori le avevano chiesto di noi, chi fossimo, che cosa facessimo, se la Ghita avesse già un fidanzato, ed altre scioccherie di questa fatta.
—E non mi avevate avvertito di nulla? Brava la mia Crezia!
—Madonna delle poerine! O che volevate che io venissi subito a confidarmene con voi! Monna Tessa me ne aveva parlato così in aria, senza assicurarmi nulla. Erano chiacchiere fatte tra noi donne, ed io credevo che non ci avessero neanche ombra di fondamento, perchè dopo quel discorso avevo incominciato a fare un po' di guardia e non m'ero avveduta di nulla. Il giovanotto non veniva neanche più a sedersi sulla terrazza. Oh, per questo, non dubitate, dev'essere un uomo dabbene.
—Meglio così;—sentenziò mastro Zanobi;—senza contare che è un artista di grido e che la domanda di matrimonio mi è stata fatta da suo padre, venuto a bella posta d'Arezzo, e accompagnato alla mia bottega da uno dei più ragguardevoli cavalieri di Firenze. Non capisco come una sorte così grande sia toccata alla nostra casa. Ma già, dice il proverbio: fortuna e dormi. Siete contente voi altre? Io sono arcicontento. Preparatevi a ricevere il fidanzato, che un giorno o l'altro bisognerà pure aprirgli l'uscio di casa. E a due battenti, se lo accompagna messer Dardano Acciaiuoli. Voi, Crezia, mi direte poi che cosa gli bisogna alla nostra figliuola, non siamo ricchi, ma grazie a Dio, tanto da non farla sfigurare lo avrà.—
Così ebbe fine il primo dialogo dei coniugi Bastianelli intorno al matrimonio di monna Ghita. La quale, poverina, ci perdette l'appetito, tanto era sconvolta dall'idea di quelle nozze, che certamente l'avrebbero fatta invidiare da tutte le ragazze del vicinato.