—Li ha colti l'amicizia;—diss'egli inchinandosi.—Rammentando questo bel giorno, madonna, non dimenticate il fedel servitore della vostra casa.—
Quel caro Tuccio di Credi, a tempo e luogo, sapeva anche mostrarsi galante. Ma già quando si ha un cuore ben fatto, le son cose che vengono spontanee come… come…. Domandiamolo a mastro Zanobi, il paragone. Ed egli ci risponderà come fece a monna Crezia, sua moglie:
—Abbreviate, abbreviate! Il paragone non serve a nulla.—
E sia, facciamone dunque di meno.
XI. [2]
Non vi è egli mai occorso di pensare, o lettori, a tutte le cose che si fanno, nel corso della vita, sapendo che non andrebbero fatte, ed anche provandone un certo dispiacere? La più parte deboli di tempra, perchè la forza è il privilegio di poche anime, e non sempre buone, noi siamo troppe volte i servitori umilissimi dell'altrui volontà, più spesso dell'ambiente in cui la necessità ci fa vivere. Sacrifichiamo agli dei falsi e bugiardi dell'uso comune, delle convenienze sociali, e via discorrendo; comperiamo la quiete del momento, a prezzo della felicità, di tutta la vita.
Spinello Spinelli aveva dovuto farsi una famiglia. Non ne sentiva il bisogno, eppure l'aveva fatta; non per sè, ma per gli altri, cioè a dire per suo padre, che non avea pace, e per gli amici, che non gli davano tregua. Ma la sua anima, si era come avvilita in quello sforzo di obbedienza,
[Footnote 2: Nel testo "XI">[ che lo conduceva a bandire perfino la sua tristezza, quella tristezza che gli era tanto cara, dopo la morte delle sue speranze giovanili, dopo la distruzione del suo bel sogno d'amore.
E come se ciò non bastasse ancora, il povero Spinello doveva contentare suo padre in un'altra cosa, e restituirsi ad Arezzo. Messer Luca pregava, i maggiorenti della città mandavano inviti su inviti.
In Arezzo, lui! Mai e poi mai. Chiedessero pure i maggiorenti della città l'opera sua e gli promettessero mari e monti; Spinello non era avido di ricchezze e di onori; Spinello sarebbe rimasto a Firenze.