Ma un giorno, gli giunse la nuova che suo Padre era infermo. Gli onori e le ricchezze non c'entravano più per nulla, il suo debito di figlio lo chiamava in Arezzo. E ci andò, conducendo seco la moglie.

Malinconico ritorno, nel paese in cui si è sofferto! Ma egli bisogna adattarsi anche a queste dolorose impressioni, e saper rivedere con animo forte i luoghi delle tristi memorie. Con animo forte! Quando e fin dove si può. Eravamo avvezzi a vedere quel tratto di paese popolato dalla immagini della speranza; quella corona di monti chiudeva tutto ciò che avevamo di più caro nel mondo; quelle mura, quegli archi, quelle vie, prendevano luce d'allegrezza dal pensiero che un'amata creatura vedeva con noi la medesima scena e vi respirava le medesime aure vitali. Ad un tratto, più nulla. Aure, luce, allegrezza, tutto è sparito; la città e morta, la corona dei monti non vi dà che lo scheletro ignudo di ciò che amavate. È questa, e non ce n'è altra, la vera sensazione del vuoto.

A sviare un tratto i dolorosi pensieri, Spinello ebbe le onoranze de' suoi concittadini. I sessanta che governavano Arezzo, saputo del suo arrivo, deputarono quattro dei maggiori a muovergli incontro sulla via di Firenze e gli fecero accoglienze così schiettamente amorevoli, che avrebbero reso invidioso un trionfatore, tornato pur mo' dagli splendori del Campidoglio, per ricondursi a più semplici dimostrazioni di gioia, a Tuscolo, a Lanuvio, ad Arpino.

Messer Luca era meno ammalato di quello che a tutta prima paresse. Ma fosse stato anche più grave, l'arrivo del figliuol suo, tanto invocato, lo avrebbe certamente rimesso in salute. Madonna Ghita, angiolo di bontà (questa giustizia le va resa anche dai divoti di madonna Fiordalisa), non si spiccò più dal capezzale del vecchio.

Frattanto, i rettori della città erano tutti intorno a messer Spinello, al valente pittore, e lo richiedevano con gran desiderio dell'opera sua.

—Vedete, maestro,—gli dicevano, additandogli il San Donato da lui dipinto nel Duomo vecchio,—quello è il vostro primo lavoro, donde incominciò la vostra fama. Non farete voi altro per la città che ha salutato il vostro ingegno nascente?—

Spinello non seppe resistere a tante preghiere, e fece promessa di trattenersi qualche tempo in Arezzo, per dipingere nel Duomo vecchio, secondo la richiesta dei massari, una Storia dei Magi.

Ma dopo i massari del Duomo vennero quelli di San Francesco. La chiesa mancava affatto di affreschi, ed era quella una eccellente occasione per dar campo all'ingegno di Spinello Spinelli. I Marsupini, ricca famiglia di Arezzo, ottennero primi che egli dipingesse nella loro cappella un Papa Onorio, in atto di confermar la regola dei santo fraticello di Assisi.

Dopo i Marsupini venne la volta dei Bacci. Messer Giuliano Bacci aveva il patronato di una cappella in San Francesco, e volle che il valente artista vi dipingesse una Nunziata. A questo nuovo desiderio rispose prontamente l'opera di Spinello Spinelli, ed anche a quello dei massari di San Francesco, che vollero un arcangelo San Michele, nella cappella intitolata al gran giustiziere del cielo.

Lavorava, il povero e glorioso Spinello, lavorava assiduamente ogni giorno, ma senza che il lavoro lo aiutasse a dimenticare per un'ora il suo profondo rammarico. L'immagine della bellissima estinta era sempre davanti agli occhi dell'artefice: