Madonna Fiordalisa, come sapete, era stata seppellita nel chiostro del Duomo vecchio. Spinello trovò nel suo memore affetto il coraggio di andare fin là, ad inginocchiarsi sulla pietra che copriva le spoglie mortali della sua fidanzata, e vi rimase lungamente piangendo e chiedendo perdono a quell'ombra adorata di aver data la mano ad un'altra donna.

Gli perdonò Fiordalisa? Ahimè, il povero Spinello non ebbe neanche quel triste conforto al dolore. Nessuna voce arcana giunse dal regno della morte alla sua anima afflitta. Fiordalisa era muta, ed egli sentì più vivo il rimorso di ciò che aveva fatto, per appagare il desiderio di suo padre. Era poi necessario di appagarlo? E non sarebbe stalo meglio persuadere messer Luca Spinello che quel matrimonio era impossibile? Il cuore d'un padre non avrebbe intese le ragioni del cuore di un figlio?

Abbandonato da quella speranza, l'animo di Spinello Spinelli cadde in balla dello scoramento. Era malinconico e si buttò al disperato; desiderava la morte e si compiaceva soltanto nella solitudine, che gli consentiva di pensare al più bel giorno della sua vita, il giorno in cui sarebbe cessata ogni sua pena. Lodato a gara da tutti, non dava retta alle lodi, o mostrava solamente di udirle, per mostrarne impazienza. Voleva esser lasciato solo, per darsi tutto alle sue smanie, alle sue alternative di fatica e di lagrime. Infatti, spesso deponeva i pennelli per piangere; poi rasciugate in fretta le lagrime, afferrava i pennelli e lavorava a furia, come un uomo che non ha tempo da perdere. Ineffabile angoscia, quella che non può avere neanche una lontana speranza di pace, poichè la tregua è solo di là dalla tomba!

Intanto, la religione dei sepolcri si era impossessata dell'animo di Spinello Spinelli. Quante volte gli era dato di escir solo dal suo lavoro quotidiano, egli andava nel chiostro del Duomo vecchio, per inginocchiarsi sulla pietra di madonna Fiordalisa, e ripetere con pienezza d'affetto la sua triste domanda: mi avete voi perdonato? Ahimè, povero Spinello! La pietra sepolcrale era muta; la voce arcana, invocata da lui, non si faceva sentire. Si sarebbe dello che le anime dei trapassati sdegnassero di vigilare qualche volta sulle ossa abbandonate, o che la salma di madonna Fiordalisa non fosse là dentro. Spinello, nel suo disperato dolore, pensò che ella non volesse ascoltarlo, amando meglio tacere, che dirgli una troppo amara parola. Infatti, la risposta di Fiordalisa egli se la immaginava qualche volta, e gliela ripeteva il suo rimorso.—Sei tu che l'hai voluto, disgraziato; sei tu che l'hai voluto. Di che ti lagni ora, nel tuo tardo pentimento, e che cosa domandi ad un cuore, che hai contristato con la tua ingratitudine?—

Per avvicinarsi meglio alla morte, a questo pensiero dominante di chi non trova più consolazioni nella vita, Spinello Spinelli incominciò allora a metter l'animo in quelle pratiche di coraggiosa pietà che i tempi consigliavano ai cuori angustiati. Pareva a lui che l'amante di una persona morta dovesse pensare più che ad altro agli estinti; epperò si ascrisse alla confraternita di Santa Maria della Misericordia.

Non invento nulla; sèguito passo passo il nostro malinconico eroe. La confraternita della Misericordia, che io accenno qui per necessità del racconto, era nata da un sentimento di gentile pietà, cresciuto nel cuore di parecchi buoni ed onorati cittadini d'Arezzo, i quali andavano attorno, accattando limosine per i poveri vergognosi e per gl'infermi, vegliavano al capezzale dei moribondi e portavano a seppellire i trapassati. E Spinello, essendo entrato a far parte della compagnia, andava anche lui con la tasca al collo e il martello di legno in mano, picchiando all'uscio dei ricchi, ed entrava nelle case visitate dalla morte, per recarsi sulle spalle i cadaveri. La cosa non era senza un grave pericolo, perchè allora la peste entrava di sovente nelle mura indifese delle città italiane, e quell'ufficio di misericordia, era una vera e propria milizia per gli animosi spregiatori della morte, o per coloro che amassero dissimulare con un debito di carità cristiana il tedio dell'esistenza.

Di queste nobili cure il valoroso artefice aveva più lode in Arezzo, che non delle stupende tavole dipinto senza compenso per l'oratorio della confraternita, a cui, tra l'altre cose, una bella invenzione artistica, di Spinello, destando gli spiriti caritatevoli dei facoltosi aretini, aveva grandemente accresciute le entrate, e per conseguenza le forze necessaria ad operare il bene. Della quale invenzione io vi dirò solamente questo: che egli dipinse sulla facciata della chiesa dei Santi Laurentino e Pergentino una Madonna, che, avendo aperti davanti i lembi del mantello, vi raccoglieva sotto il popolo di Arezzo, nel quale si scorgevano molti uomini tra i primi della confraternita, con la tasca al collo e il martello in mano, simile a quelli che s'usavano per andar ad accattar le limosine.

Madonna Ghita, poverina, ammirava e taceva. Il che significa in buon volgare, che ammirava a mezzo e che il silenzio nascondeva qualche altra cosa, come a dire un pochettino di tristezza. Ma egli è di certe donne il soffrire con misura, e perchè soffrano veramente meno di certe altre, e perchè manchino loro le forme in cui si esprime agli altri e si rappresenta a noi stessi il dolore. Questa vi parrà una sottigliezza, ma è tuttavia una verità. Chiedetene a tutti i filosofi e vi diranno che l'uomo non sente i bisogni di cui gli manchi un'esatta cognizione. Resta una vaga tristezza di cui non si conosce la causa, e il non conoscer la causa basta più delle volte a toglier ogni importanza agli effetti. Così in di grosso, e senza pensarci su, monna Ghita intendeva che un antico dolore pesava sull'anima di quell'uomo, parco di parole, avaro di tenerezze. Ma pur sempre buono con lei. Anch'ella ebbe le sue tristezze, ma non si fermò più che tanto a farne argomento di meditazione. L'animo di monna Ghita non era fatto per uno studio così fine. E se pure una vaga malinconia s'impadronì un giorno del suo cuore, ben presto venne a mutar l'indirizzo de' suoi pensieri, e darle una vera e profonda consolazione, la nascita di un angioletto, che ebbe il nome di Parri, il nome del primo e prediletto amico di Spinello Spinelli. Infine, che importava l'umor triste del marito, se di lui, e dell'affetto che la legava a lui era nato il suo Parri? Monna Ghita si consolò, raccogliendo su quella bionda testolina l'amore che non poteva espandere nel seno del suo triste o glorioso compagno.

Ghita, anima buona, sa Iddio se mi duole di voi. Ma siamo giusti, forse ci avete avuto dalla vita assai più che non vi riprometteste nei vostri sogni di vergine, ed io penso che voi non abbiate avuto mai una idea molto chiara della vostra infelicità sulla terra.

L'umor nero di Spinello non potè sfuggire all'occhio vigile di Tuccio di Credi. L'astuto malveggente seguiva con attenta cura le fasi morali del suo compagno d'arte, o poichè bisognerà distinguer meglio, del suo principale. Ma egli non cercava più di consolarlo, come faceva in principio. Lo aveva ammogliato, gli aveva assicurata la pace; il suo ufficio amichevole era adempiuto.